Sicurezza
«La psicosi post partum può trasformarti in Medea»
PONTEDERA. Un figlio fuggito, picchiato, perduto. Non possiamo farne a meno: ogni volta che scopriamo un bambino sprofondato in un gorgo di paura e botte si apre una crepa nella tela delle nostre...
PONTEDERA. Un figlio fuggito, picchiato, perduto. Non possiamo farne a meno: ogni volta che scopriamo un bambino sprofondato in un gorgo di paura e botte si apre una crepa nella tela delle nostre convinzioni. Davvero quel legame così sacro, la simbiosi fra madre-figlio, può incrinarsi fino ad aprire un abisso di violenza? E a scatenarla potrebbe essere una semplice depressione post-partum? «Nelle forme gravissime purtroppo sì. In un caso su mille la depressione post partum si associa anche all’infanticidio», dice Liliana dell’Osso, primario al Santa Chiara e professore ordinario di psichiatria Università di Pisa.
Professoressa, è ancora solo un’ipotesi con cui gli investigatori stanno cercando di spiegare quello che è accaduto. Ma una madre può scagliarsi contro un figlio se in preda ad una depressione post partum?
«Non sicuramente nelle forme lievi. Sono tre i gradi con cui una madre reagisce ad una trasformazione fisica e psicologica importante come quella della maternità. Un disagio frequente, che colpisce l’80-85 per cento delle donne, è il maternity blues. Comincia tre o quattro giorni dopo la nascita del bambino e prosegue per circa due settimane. Ed è caratterizzato da labilità emotiva, facilità al pianto, irritabilità, ansia, disturbi del sonno e dell’appetito. Ma non richiede trattamento perché si risolve spontaneamente. Poi c’è la depressione post partum vera e propria, nel 15% dei parti».
E questa può fare da molla ai maltrattamenti?
«Raramente. Si manifesta con il quadro depressivo classico e può protrarsi per mesi dopo la nascita del figlio, interferendo con la capacità di accudire il bambino. Ma non dobbiamo assolutamente cadere nell’inganno di credere che qualsiasi mamma colpita da depressione post partum sia a rischio, sia, cioè talmente instabile da vivere sull’orlo di un rifiuto espresso con la violenza. Questo è il caso della psicosi post-partum che colpisce 1 puerpera su mille».
Come ce ne possiamo accorgere?
«Be’, con disinteresse per il piccolo, si manifestano attacchi di panico, rapide oscillazioni dell’umore, pensieri ossessivi incentrati sulla possibilità di fargli del male, allucinazioni: la donna può sentire perfino voci che le ordinano di uccidere il figlio e, spesso, di suicidarsi».
Quando la cronaca ci ha raccontato di una “Medea” possiamo trovarci di fronte a questa patologia?
«Oltre all'infanticidio "altruistico"o "compassionevole", in cui la mamma, in preda ad idee deliranti di rovina, togliendo la vita al bambino, crede di sottrarlo agli orrori del mondo, a una vita invivibile, alla base del comportamento violento vi può essere, proprio come nel caso di Medea, un rapporto di forte conflittualità con il partner che innesca desideri di rivalsa o di vendetta. Anzi, molto spesso le donne infanticide sono affette da gravi disturbi della personalità, ad esempio borderline o narcisistico».
Mario Neri
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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