La protesta
«Se mi avessero chiesto scusa avrei potuto anche perdonarli»
PONTEDERA. La difesa degli imputati è pronta a proporre appello appena si conosceranno le motivazioni della sentenza. Ma non ci sono vincitori alla fine di un processo da cui due giovani ventenni,...
PONTEDERA. La difesa degli imputati è pronta a proporre appello appena si conosceranno le motivazioni della sentenza. Ma non ci sono vincitori alla fine di un processo da cui due giovani ventenni, Mattia Rizza ed Edoardo Nieri, escono con una pesante condanna, riconosciuti responsabili di violenza sessuale. E infatti la lettura del dispositivo è stata accolta con grande compostezza dalla parte offesa e con il silenzio degli imputati, oltre che dei loro amici e familiari che non li hanno mai lasciati soli, convinti della loro innocenza.
Dunque, non può esserci soddisfazione in una vicenda in cui, come il legale di parte civile ha detto alla penultima udienza, c’è stato sempre il rischio che il pregiudizio nei confronti di una donna che denuncia una violenza sessuale potesse prevalere nelle ricostruzione di quanto avvenuto. E questo, poi, è il commento dell’avvocato della parte civile, Antonio Cariello, quando i cronisti chiedono una prima impressione sulla sentenza. «Nessuna soddisfazione di fronte a una sentenza di condanna», dice l’avvocato.
«È stato un incubo», è il primo commento della vittima della violenza sessuale. Lei ha seguito il processo in silenzio, sempre seguita dai genitori e da altri parenti. All’udienza di ieri era presente anche l’amica, diventata la principale testimone, che era andata con la parte offesa nella villa la sera dello stupro. Nessuno scambio di sguardi, nei loro occhi un velo di tristezza.
Oggi più che mai imputati e parte offesa sono su posizioni lontane. «Questa non è giustizia», si lascia andare il padre di Mattia Rizza.
«Questi mesi sono stati per me molto difficili - dice la vittima, sotto lo sguardo affettuoso della madre - Se mi avessero chiesto scusa subito, se avessero cercato di capire la mia sofferenza, io li avrei perdonati».
Ovviamente nessun commento nel merito della sentenza fino a quando non si conosceranno le motivazioni. Tuttavia la giovane ha fatto una considerazione che riassume un po' questo caso: «È una triste storia per tutti e tre».
Sconcerto e delusione per i due ventenni, apparsi provati, per le loro famiglie e gli amici. La sofferenza si legge nello sguardo delle mamme che non hanno mai smesso di credere nell’innocenza dei figli.
«Abbiamo la consapevolezza di avere fatto tutto il possibile – afferma uno dei difensori, Angela Maria Odescalchi – Noi abbiamo sempre creduto nell’innocenza di questi ragazzi, ma la perizia del tribunale ha prevalso».
Il lavoro della difesa successivo alla perizia della professoressa Bertol non è servito a fare crollare le accuse, sebbene i legali - erano schierati anche gli avvocati Anna Francini, Tullio Padovani e Salvatore Salidu - nelle loro arringhe abbiano fornito una ricostruzione opposta, sostenendo che non è stato provato l’utilizzo del Ghb per drogare la vittima. Le indagini, secondo la difesa, sono state superficiali. E il test del capello, che ha escluso l’assunzione di Ghb da parte degli imputati e della vittima, va tenuto in considerazione anche se effettuato a distanza di quattro mesi per le lentezze dell’inchiesta. Per la difesa le versioni fornite dalla vittima e dalla testimone non sono concordanti. Inoltre c’è stato un «totale travisamento del lavoro della professoressa Bertol, lavoro che sarà al centro di una pubblicazione scientifica per la parte che riguarda la presenza naturale del Ghb».©RIPRODUZIONE RISERVATA
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