La manifestazione
Fontanelli chiede la testa di Mazzeo
«Sarebbe buon senso se i dirigenti regionali del partito si mettessero in discussione»
PISA. In fondo non è che ci si possa trincerare (anche se c'è chi non manca di farlo) dietro il classico «ogni elezione per le amministrative fa storia a sé, guai a generalizzare, a leggere con i temi nazionali o regionali le questioni locali». Anche perché, sì certo, il ciclone Ceccardi sarà stato sospinto dal voto di protesta, dalla voglia di dare la spallata, ma il problema stavolta sembra proprio il territorio. Anzi, il partito sul territorio. Ma l’epicentro del terremoto, dice Paolo Fontanelli, non è Cascina o Pisa, «il disastro è su scala regionale».
La domanda era stata secca: Fontanelli, ma lei le chiederebbe le dimissioni del gruppo dirigente provinciale? Dopo una pausa (lunghissima), la risposta: una dichiarazione di guerra che apre un resa dei conti fra i dem pisani: «A livello provinciale non risolverei la questione con le dimissioni, ma con una discussione seria. Piuttosto mi sembrerebbe una scelta di buon senso se il gruppo dirigente regionale aprisse il dibattito anche mettendosi in discussione».
Cric, una crepa così non si era mai aperta. Dopo il “sacco” di Susanna la vichinga, il deputato della Sinistra Dem vuole la testa dei colonnelli renziani. Il messaggio è: guai a fare di Alessio Lari, timido segretario provinciale, un capro espiatorio. A dare le dimissioni devono essere il segretario toscano Dario Parrini e soprattutto il vicesegretario Antonio Mazzeo, che di Pisa e provincia è una specie di console plenipotenziario. Ecco, per l’ex sindaco e parlamentare il fallimento è loro. Anche perché se c'è un errore che la sinistra del partito rimprovera al quartier generale del renzismo è di aver voluto le primarie e averle trasformate in una faida. «L'ho sempre detto - dice Fontanelli - ci si sono rivoltate contro. Prima delle primarie, quando ci si gioca un possibile secondo mandato, bisogna innanzitutto fare una riflessione e un bilancio interno e decidere insieme la rotta». E quella «divisione non si è riassorbita». Per questo «le altre liste si sono coalizzate sulla forza considerata di cambiamento». Ecco, un altro campanello d’allarme. Il cambiamento è diventato l’altro Matteo. Non il fiorentino ma il lumbard. Motivo? «Un partito poco attento alle classi umili. La gente ha percepito la sfasatura che c’è tra ciò che si annuncia - dice Fontanelli - e la realtà di un mondo in cui la crisi morde ancora la povera gente, in cui l’occupazione è ferma e non è cambiato sostanzialmente niente». Risultato? «Una parte rilevante degli elettori della sinistra tradizionale non ci vota più, o meglio ha deciso di astenersi». O peggio di votare Lega o 5Stelle. E così le periferie, nelle grandi metropoli come in provincia, non sono più l’humus identitario del partito.
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