Il Tirreno

Pontedera

Morì sul lavoro: condanne annullate

di Pietro Barghigiani
Morì sul lavoro: condanne annullate

La Cassazione accoglie il ricorso: si torna davanti al giudice

2 MINUTI DI LETTURA





PONTEDERA. Assolti in primo grado, condannati in appello e ora di nuovo davanti a una corte dopo l'annullamento della sentenza di secondo grado da parte della Corte di Cassazione.

È dal marzo 2011 che i familiari di Andrea Banchellini, 28 anni, di Latignano, aspettano una risposta giudiziaria che chiuda con un verdetto una tragedia sul lavoro.

Una di quelle morti bianche che diventano per i familiari delle vittime condanne all'ergastolo del dolore.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei legali dei due imputati, Fabrizio Lupoli, 39 anni, amministratore delegato della Ecoacciai di Gello a Pontedera, e Massimo Scerna, 40 anni, difesi dagli avvocati Riccardo Carloni ed Enrico Marzaduri. Nell'annullare la condanna, gli ermellini hanno disposto un nuovo giudizio di fronte a un'altra Corte d'Appello a Firenze.

La storia è quella di un operaio di 28 anni che poco dopo le 8 del marzo 2011, mentre stava lavorando in un impianto di separazione dei metalli rimase impigliato nel nastro trasportatore in movimento, riportando la sub amputazione di un arto. Morì poco dopo al pronto soccorso di Pisa.

Nella valutazione di contesto e testimonianze, la magistratura si è espressa finora con due sentenze opposte. Nel febbraio 2013 il gip del Tribunale di Pisa aveva assolto Lupoli e Scerna dall'accusa di omicidio colposo per insussistenza del fatto.

Il giudice aveva «qualificato come abnorme l'azione posta in essere dal lavoratore infortunato, azione che risultava inspiegabile, rispetto alle mansioni assegnate al dipendente».

Insomma, Banchellini era stato imprudente. Di qui l'infortunio mortale «che non poteva essere imputato all'assenza di formazione e a un addestramento adeguato e senza aver messo a disposizione una attrezzatura conforme alle normative antinfortunistiche».

Una contestazione che, al contrario, per i giudici della Corte d'Appello è stata alla base della condanna per Lupoli e Scerna. In Cassazione il verdetto è stato annullato accogliendo le considerazioni dei legali Riccardo Carloni ed Enrico Marzaduri.

«La Corte di Appello esclude l'abnormità del comportamento posto in essere dal lavoratore infortunato solo perché erra nel comprendere le dichiarazioni rese da Anicito (collega, ndr) - è la tesi della difesa -. Sotto altro aspetto, considerano che le operazioni di pulizia, con l'operatore che si posizionava sul piano vibrante, di cui pure parla l'Anicito, potevano essere svolte solo con l'impianto spento».

In pratica, per gli avvocati di Lupoli e Scerna, l'operaio avrebbe dovuto fare manutenzione dell'impianto a terra con il macchinario spento invece quel giorno era andato oltre azzardando una manovra che poi è risultata fatale. Tra azzardo dell'operaio o responsabilità oggettiva del datore del lavoro, la Suprema Corte impone un nuovo processo per chiarire se qualcuno deve pagare per la morte sul lavoro di un giovane di 28 anni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa