Proteste
Quando da ragazzini mettevamo la sveglia
Le notti in bianco negli anni 60 e 70 per vedere la "farfalla" del ring. Mio padre mi parlava di lui come d'un eroe delle favole, forte e ribelle
Di una cosa mio padre, anzi, il mio babbo, visto che da buon toscano voleva essere chiamato così - morto a soli 49 anni, nel 1969, quando io non ne avevo ancora compiuti 10 - aveva paura, più di ogni altra: il terremoto. Ma non - come sarebbe comprensibile - di quelli forti, che, per sua (e mia) fortuna, non ha (e non ho) mai “sperimentato”. Per terrorizzarlo e renderlo più incontrollabile d’un gatto caduto in una vasca piena d’acqua bastava una scossettina appena avvertibile. O che una persona, semplicemente, gli dicesse: «Ivo, l’hai sentita?». Lui sbiancava. E spariva. In un attimo. Se gli eri accanto, ti buttava in macchina, come una valigia, una giacca, un pallone, o un libro. E scappava, sgommando, con la sua Lancia Flavia Coupé di colore blu (gran macchina). A tutta velocità. Dove? Via. Ovunque, pur di fuggire, di allontanarsi il più rapidamente possibile da quella potenziale fonte di (improbabile) pericolo.
Lo racconto perché l’unica eccezione a questa fobìa ai limiti del patologico che riesco a immaginare è quella d’una scossa tellurica mentre la radio, o la tv, cinquanta e più anni fa, dava conto delle imprese di Cassius Clay, poi diventato Muhammad Ali: “il più grande di tutti”. Per lui il mio babbo (al pari di tantissimi altri, allora come adesso) aveva un’adorazione particolare. Tale - ne sono certo - da mettere in secondo piano anche l’incubo-terremoto.
Di quel tipo che più che un pugile, ai miei occhi di bambino, sembrava un ballerino irridente, mi parlava come d’un eroe delle favole, di un superuomo imbattibile, un paladino della giustizia, ribelle, spavaldo, bello, elegante, simpaticamente arrogante e dalla battuta sempre pronta e che, a suo dire, «non potevi non amare alla follia»; sennò voleva dire «che di sport, di pugilato (e, credo d’avergli sentito aggiungere, “anche della vita”) non capivi nulla». Ieri la farfalla di Louisville è volata via per sempre. Strappata in anticipo ai riflettori terreni da un avversario sleale, di nome Parkinson, capace di colpire solo con quegli squallidi colpi bassi che nella "nobile arte" sono rigorosamente vietati.
E allora, non resta che il ricordo di quegli anni lontani, in cui lo sport era leggenda. Testimonianza di un’era in cui le famiglie si riunivano davanti a un apparecchio radio o a un televisore che trasmetteva immagini sfuocate, in bianco e nero, con una qualità audio oggi inaccettabile, i combattimenti epici “del più grande di tutti”. E l’Italia metteva la sveglia per assistere a match indimenticabili come quello del 30 ottobre 1974, tra Muhammad Ali e George Foreman, allo Stade Tata Raphaël di Kinshasa, passato alla storia come “Rumble in the jungle”. Nelle case italiane tutto si fermava, e i bambini come me, se erano fortunati, si mettevano seduti dietro ai loro genitori, buoni buoni, in religiosa e silenziosa adorazione, aspettando l’esito - scontato - della vittoria di colui che, sul ring. fluttuava come una farfalla e pungeva come un’ape.
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