Lutto
Sandro Mazzinghi nella Walk of fame
Omaggio del Coni all’ex campione del mondo
PONTEDERA. Ora c'è anche lui, Sandro Mazzinghi, sul viale della gloria e di coloro che hanno fatto grande l'Italia dello sport. Perché la Giunta del comitato olimpico ha deciso di aggiungere altre cinque mattonelle alla Walk of fame, la passeggiata dei miti voluta l’anno scorso dal presidente Giovanni Malagò, che si snoda nella capitale da viale delle Olimpiadi al Foro Italico e iniziata con 100 protagonisti azzurri di tutti gli sport e di tutte le ere.
Si va da Primo Carnera a Valentino Mazzola, dai fratelli Abbagnale a Giacomo Agostini, da Coppi e Bartali a Baggio, dalla Sensini alla Belmondo. E adesso ecco i nuovi arrivati, assieme al nostro caro, inossidabile Rocky di Pontedera, due volte campione del mondo (1963 con Ralph Dupas e 1968 contro Ki Soo Kim) dei pesi welter. Sono Alberto Braglia, ginnasta portabandiera azzurro 1912, Paola Pigni, mezzofondista, bronzo a Monaco 1972, Mario Fiorillo, cuore del Settebello 1992, e la pluricampionessa di scherma Valentina Vezzali che ha da poco lasciato l'attività.Le cinque mattonelle saranno aggiunte alla "collana" verso metà giugno. Sandro Mazzinghi (78 anni a ottobre) ha sorriso, quando suo figlio Davide gli ha comunicato la decisione del Coni. E a noi confida: «Questo riconoscimento mi riempie d’orgoglio perché ho sempre portato nel mio cuore la bandiera italiana in giro per il mondo. Il minimo che posso fare è ringraziare il Coni e anche il presidente della Federboxe Alberto Brasca».Anche se Sandro ha lasciato il pugilato da cinquant’anni la eco delle sue imprese rimbalza ancora tra le corde del quadrato, basti pensare che appena un anno fa Boxe Rec (massima rivista specialistica americana) lo ha incoronato come migliore Superwelter di sempre. Eppoi fioccano post su Facebook, lettere di ammiratori che scrivono anche da Oltreoceano. La "mattonella" del presidente Malagò è stata la chiusura del cerchio per questo generoso campione che infiammava le platee. «Più che passano gli anni - sottolinea Sandro - e più vado fiero di ciò che ho insegnato col mio comportamento sul ring alle successive generazioni, andando sempre all'attacco, anche quando il mio viso era una maschera di sangue. È quello il vero spirito del pugilato, perché puoi avere classe ma se non sei capace di avere cuore, coraggio, capacità di soffrire non ce la fai a emergere. Un vero pugile deve iniziare a combattere per amore di questo sport, senza pensare ai guadagni».
Ultimo di sei figli, Sandro, scoprì la boxe in un cinema di Pontedera dove proiettavano "Lassù qualcuno mi ama" con Paul Newman. Diventò professionista nel 1961, l'anno in cui il russo Gagarin entrava nello spazio e John Kennedy diventava presidente degli Stati Uniti. In Italia c'era il boom economico, la Rai lanciava Carosello, Luciano Tajoli e Betty Curtis vincevano il festival di Sanremo. Due anni dopo Mazzinghi era già campione del Mondo.
Facile a dirsi. «Sai - confida Sandro - mi viene in mente spesso quando Ray Sugar Robinson, che per me è stato il più grande di ogni tempo, venne a stringermi la mano dopo che avevo conquistato il titolo europeo a Roma nel dicembre 1967 contro Joseph Gonzales. «Sei un grande - mi disse - dovresti venire a combattere negli Stati Uniti, diventeresti un idolo della folla…». Ma idolo della folla diventò ugualmente, sui ring europei.
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