Sicurezza
Padre e figlio uccisi in Zimbabwe «perché non dovevano essere lì»
Ecco la ricostruzione ufficiale della polizia di Harare: «Claudio e Massimiliano Chiarelli si erano persi e hanno ignorato un pericolo segnalato». Tre le persone che sono state sottoposte a indagine
MONTECATINI VALDICECINA. Dovevano trovare un punto della strada segnato da alcuni rami e fronde di alberi, lasciati appositamente dalla seconda squadra di ranger sul campo in modo da indicare dove erano passati poco prima i bracconieri. Claudio Chiarelli, 65 anni, e Massimiliano Chiarelli, 29 anni, padre e figlio, di Montecatini Valdicecina, morti nella riserva naturale di Mana Pools in Zimbabwe il 13 marzo scorso sotto le raffiche del fuoco amico durante un’operazione antibracconaggio, e Francesco Marconati, 59 anni, il veterinario padovano che si è salvato insieme agli altri 6 ranger della squadra, di questo erano stati avvisati. Gliel’aveva riferito dalla base di controllo Douglas Kuramba il comandate dell’operazione. Ma, come riporta Marconati nelle sue dichiarazioni, quel punto preciso non sono mai riusciti a trovarlo. Ecco la ricostruzione fatta dalla polizia, con lo schema di quanto successo il giorno della tragedia.
LA RICOSTRUZIONE. Padre e figlio si erano persi e così hanno deciso di tornare alla base di controllo di Nyakasikana. Da lì l’indicazione era di fermarsi sulla strada dopo 3-4 chilometri ma Claudio Chiarelli, che guidava la Toyota Land Cruiser bianca, ha deciso di spegnere l’auto poco più indietro, sotto l’ombra di un albero, a 2 chilometri e mezzo dalla base. Decisione che secondo la ricostruzione della polizia gli sarebbe stata fatale. Il gruppo si sarebbe infatti fermato a 25 metri dal punto della strada principale che avevano attraversato appena mezz’ora prima i bracconieri. I ranger che si stavano avvicinando al punto d’incontro hanno sentito delle voci e, pensando fossero dei bracconieri, hanno aperto il fuoco.
GLI SPARI. A sparare sono stati Jonathan Chasi, Moses Gwanda e Innocent Watch, ora indagati e in stato di fermo in Zimbabwe. I tre hanno sparato con i loro fucili AK47, ora sotto sequestro così come la Toyota pick up (di proprietà di Marconati), un totale di 24 colpi da una distanza di 65 metri. La raffica è durata dai 3 ai 4 secondi. I due Chiarelli si trovavano davanti al cofano dell’auto. Massimiliano era impegnato a togliere le foglie dal radiatore, Marconati era vicino alla fiancata, le altre guardie invece erano sedute sotto l’ombra dell’albero. Al rumore dei colpi di fucile tutti si sono buttati a terra. Il veterinario padovano, che è stato sfiorato da due pallottole, ha dichiarato alla polizia di aver subito capito che a sparare fosse stata la seconda squadra di rangers e non i bracconieri. Il rumore dei fucili delle guardie è infatti riconoscibile.
«Dopo gli spari ci siamo alzati ridendo, credevamo tutti che gli altri ranger avessero preso i bracconieri. Solo dopo ci siamo accorti che Claudio e Massimiliano erano stati colpiti. Erano in una pozza di sangue, già morti».
Le indagini, che al momento sembrano propendere per un tragico incidente, sono tuttora aperte ad Harare. I tre rangers verranno prossimamente processati e Francesco Marconati sarà convocato in tribunale come testimone dei fatti.
Alice Ferretti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
