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Pontedera

l’amica del giovane sotto processo

«Jalal postava messaggi di pace non ha mai inneggiato all’Isis»

«Jalal postava messaggi di pace non ha mai inneggiato all’Isis»

PONSACCO. «Jalal ha sempre postato messaggi di pace, lui non farebbe del male ha nessuno. Lo giuro. È vittima di un'ingiustizia». Lo ha detto in tribunale a Pisa, Imane, amica diciannovenne di...

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PONSACCO. «Jalal ha sempre postato messaggi di pace, lui non farebbe del male ha nessuno. Lo giuro. È vittima di un'ingiustizia».

Lo ha detto in tribunale a Pisa, Imane, amica diciannovenne di Jalala El Hanaoui, il marocchino di 26 anni, residente a Ponsacco, arrestato dalla polizia l'estate scorsa con l'accusa di istigare alla jihad attraverso il suo profilo Facebook. La giovane è stata sentita come testimone durante l'udienza che si è svolta ieri in tribunale a Pisa e al termine della quale il processo è stato aggiornato al 14 giugno.

Poi un teste dell'accusa ha svelato uno dei “gialli” che erano rimasti irrisolti nell'indagine, giallo relativo a un'utenza telefonica estera mai identificata e dalla quale erano partite numerose telefonate all’imputato. Quell’utenza era intestata al giovane che ieri ha testimoniato a Pisa e ha messo a disposizione la propria sim.

La ragazza, originaria del Marocco, cresciuta in Italia, vive a Verbania e con l'imputato ha stretto un rapporto di amicizia sui social network. Un’amicizia virtuale a cui erano seguiti contatti telefonici con lunghe conversazioni per mesi, quasi tutte incentrate sulla religione musulmana. Ieri i due giovani si sono visti per la prima volta in un’aula del tribunale. Prima dell’arresto pensavano che un giorno si sarebbero conosciuti, ma in altre circostanze.

«Ha detto alla madre - ha commentato in lacrime al termine dell'udienza - che era dispiaciuto di avermi visto in questa situazione triste. La prima volta con me se la immaginava diversa».

Incalzata dal pm, Angela Pietroiusti, Imane, vestita in abiti tradizionali e con il velo sul capo, ha riferito sulla sua amicizia con El Hanaoui e ha spiegato più volte «che i suoi post sul’Islam erano tutti inneggianti alla pace e alla fratellanza».

Al processo è stato sentito anche il fratello dell’imputato che non crede alle accuse. Jalal El Hanaoui ha riferito su post da lui pubblicati su Facebook ed è tornato a ripetere di non avere avuto alcuna intenzione di istigare alla guerra di religione.

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