Il Tirreno

Pontedera

made in italy

Vespa, lo scooter icona che vanta il record di tentativi d'imitazione

di Sergio Braccini
Gregory Peck e Audrey Hepburn sulla Vespa nel film Vacanze Romane
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Gregory Peck e Audrey Hepburn sulla Vespa nel film Vacanze Romane

Dalla versione yankee del 1951 a quella tedesca. Fino al clone "oversize" realizzato in tempi di guerra fredda in Unione Sovietica: si chiamava Vjatka. Ora le minacce per il best seller della Piaggio di Pontedera sono le copie indiane e cinesi

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PONTEDERA. Inarrestabile missionaria a due tempi; trabiccolo geniale che ha rivoluzionato il mondo della guida in equilibrio; antesignana della globalizzazione fin dal tempo in cui, pudicamente, le signore si mettevano sul sellino di traverso, la Vespa - come la Settimana Enigmistica - conta innumerevoli tentativi d’imitazione. Alcuni dei quali di buon livello, perfino di successo. Altri molto meno riusciti, tirati su alla bell’e meglio per suscitare appeal in chi voleva risparmiare due lire, non appena il capolavoro uscito dalla mente di Corradino D’Ascanio smise d’essere solo un marchio, anzi “una marca”, per trasformarsi in oggetto, in pezzo di vita. Anche se il primo scooter, con tutto il rispetto per la Vespa, era nato nel 1919 in Inghilterra, prodotto dalla Skotamoto, da cui prendeva anche il nome, aveva un motore a 4 tempi di 124 cc e raggiungeva una velocità massima di 45 km/h.

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La Vespa yankee e quella crucca. Detto della Lambretta, rivale storica che la Innocenti cominciò a produrre quasi in contemporanea col lancio della 98 cc con cambio a tre marce “made in Pontedera” - di cui ricorre oggi il 70° compleanno - e che nell’Italia ruspante del dopoguerra dette vita a un dualismo storico paragonabile a quello, ciclistico, tra Coppi e Bartali (nella gara delle vendite, però, vinceva sempre Piaggio) sono stati tanti i modelli fotocopia, prodotti più o meno legittimamente in vari angoli del pianeta, e le versioni, diciamo così, alternative. Pochi probabilmente sanno che esiste, ed è oggi rarissima, anche una Vespa Yankee, con marchio All State. Non un “tarocco”, quindi, ma un prodotto a norma di legge. Nell’inverno del 1951 comincia infatti l’avventura della Vespa negli Stati Uniti. Il 14 novembre l’agenzia di stampa Ansa annuncia l’accordo tra la Piaggio e la Sears, Roebuck & Co.

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Il protocollo firmato a Genova prevede che il colosso americano della grande distribuzione commercializzi negli Usa lo scooter che ha rimesso in moto l’Europa postbellica. Il primo lotto di mille Vespa parte nel dicembre dello stesso anno. Il modello, che va alla conquista degli States, dove viene venduto fino al 1966, è la 125cc, ribattezzata Vespa Allstate Crusaire e modificata in alcuni particolari per le richieste del mercato americano: il faro per la prima volta sale dal parafango al manubrio. Costa 325,95 dollari.

Forse ancora più rara, ma meno nota, è la Vespa Hoffman, prodotta su licenza Piaggio dalla tedesca Hoffman, appunto. Il primo anno ne furono costruiti 1.100 esemplari come prova e su ordinazione. La produzione iniziò nel 1950 per terminare solo tre anni dopo.

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Il clone creato in Urss. Uno scippo industriale vero e proprio è invece quello compiuto dalla VPMZ (acronimo di Vjatskie Poljany Mechaniceski Zavod; in italiano: Fabbrica Meccanica di Vjatskie Poljany). Ora denominata Molot, è una fabbrica metalmeccanica fondata nel 1940 dal ministero della Difesa dell’Urss, allo scopo di produrre la pistola mitragliatrice PPSh-41. Dopo la guerra, fu riconvertita alla produzione civile: vi si costruivano grammofoni, ma anche gabbie per animali selvatici e forbici per tosare le pecore. Da questo tipo di produzione, nel 1956 si passò agli scooter, a causa del calo di vendite dei grammofoni, causato dall’inopinato arrivo sul mercato russo delle radio con giradischi incorporato.

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Data la necessità impellente di riattivare il pieno ritmo produttivo degli impianti VPMZ e dei suoi diecimila operai, fu deciso di procedere clonando un modello esistente e un’apposita commissione di esperti si riunì per valutare la produzione occidentale di scooter e individuare il più adatto alle esigenze interne. La scelta cadde sulla Vespa 150 VL1, entrata in produzione nel 1954. La Vespa russa fu battezzata VPMZ Vjatka VP150 ed era un copia quasi perfetta, ovviamente non autorizzata, del modello che usciva dallo stabilimento Piaggio di Pontedera: cambiavano le ruote, di misura più grande per adattarsi meglio alle tremende strade russe, e lo spessore della lamiera fu aumentato, sempre per lo stesso motivo. La velocità massima era inferiore, 80 km/h, così come accelerazione e ripresa, a causa del peso maggiore, e la costruzione era assai meno accurata; tuttavia, era un veicolo robusto, anche se meno dell’originale. Particolare curioso: nell’Unione Sovietica, a causa della completa chiusura del Paese al mondo esterno, si pensava addirittura che fosse la Vespa a essere stata copiata dalla Vjatka... potenza della propaganda.

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Vista l’impossibilità di agire per vie legali, stante il mancato riconoscimento della normativa sui brevetti da parte dell’Urss, la Piaggio decise di denunciare il plagio procurandosi un esemplare della Vjatka ed esponendolo nei suoi stand ai saloni motociclistici internazionali, definendola “copia servile” della Vespa. La ferma protesta, comunque, non sortì alcun effetto pratico. L’ultimo esemplare, il numero 290.467, uscì dalle catene di montaggio della VPMZ nel 1966.

La concorrenza asiatica. Un altro fronte caldo è quello asiatico. India e Cina sono due minacce - dopo essere state in un primo momento valide alleate - per la due ruote più famosa del mondo. La Vespa 150 fu uno dei primi motocicli a essere prodotti in India dalla Bajaj su licenza Piaggio, nel 1960. Ma il successo arriva nel 1971, con Bajaj Chetak. Il disegno (leggermente modificato dopo la cessazione della licenza nel 1977), il nome del mitico cavallo dell’eroe Rana Pratab Singh e soprattutto il prezzo abbordabile ne fecero lo scooter più ambito e amato dagli indiani.

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La storia della LML Star inizia esattamente come quella della Chetak: nel 1984 la Piaggio stringe un accordo con la indiana LML, e viene avviata una seconda volta la produzione della Vespa in oriente, nella versione PX. La collaborazione, più duratura di quella con Bajaj, prosegue fino al 1998. Subito dopo, come fece Bajaj, la LML decise di produrre la Vespa su licenza, e nasce la LML Star, molto simile alle PX, tanto che buona parte dei pezzi sono intercambiabili. Cosa che a Pontedera, non hanno mai digerito. E tra Piaggio e LML è stata in piedi per anni una disputa legale, in Italia e a Singapore.

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Le “fotocopie” made in China. Venendo a giorni più recenti, come potevano mancare i cinesi? In due dei più importanti saloni motociclistici, l’Eicma di Milano e l’Intermot di Colonia, nel 2013 e 2014, Piaggio ha chiesto e ottenuto il sequestro di modelli assemblati da costruttori europei (come il tedesco Kreidler) che commercializzano veicoli “made in China” con una troppo stretta affinità alla famosa due ruote italiana, nella sua più recente versione. Ma di sicuro non sarà l’ultimo tentativo di clonazione, perché questo veicolo «scomodo e sporchevole», come lo definì il suo ideatore, Corradino D’Ascanio, è ancora tra i più amati, riconosciuti e - appunto - imitati del mondo. E anche se è risaputo che «l’imitazione è la più sincera forma d’adulazione» - così sosteneva lo scrittore britannico Charles Caleb Colton - è giusto ricordare che, in decenni di onorata carriera, la Vespa ha già fatto il pieno di complimenti e tributi. Ed è ormai un prodotto iconico, che di certe altre discutibili forme di “riconoscimento” non ha assolutamente bisogno.

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