Italia
Arriva davanti al giudice di pace la retta del nido chiesta al disabile
Il bambino ha nove anni e non può ancora frequentare la scuola dell’obbligo per problemi di salute Ma il Comune di Cascina insiste con il pagamento perché l’asilo è un servizio a domanda individuale
CASCINA. Il Comune chiede di pagare la retta dell’asilo ai genitori di un bambino che oggi ha 9 anni ed è affetto da una gravissima disabilità psicomotoria, tanto che ancora oggi non può frequentare la scuola dell’obbligo. E pretende i soldi anche per un periodo in cui il minorenne è stato assente per malattia. Un caso di discriminazione, secondo i genitori, destinato a fare parlare e al centro di un contenzioso legale.
Il bimbo ha frequentato l'asilo nido nel comune di Cascina dall'età di nove mesi fino all'età di otto anni pagando la retta mensile in funzione del reddito Isee della sua famiglia. A giugno 2014 ha subito d'urgenza un grave intervento neurochirurgico a Firenze.
In questa occasione la famiglia ha chiesto al Comune di Cascina lo storno di queste due mensilità ed il Comune ha applicato una riduzione. Questo perché il regolamento del Comune di Cascina è fra i pochi che prevede il pagamento dell'asilo nido anche in presenza di una grave disabilità accertata con la legge 104/92 diversamente da quanto succede in altre realtà.
«Secondo noi – dicono i genitori del bambino disabile – il Comune compie una discriminazione in quanto il regolamento è contrario ai principi costituzionali di libertà e uguaglianza».
I genitori ritengono che si sia verificata negli anni una disparità di trattamento nei confronti del minore rispetto ai bambini della sua età, il quale non solo a causa della grave disabilità psicomotoria non può frequentare la scuola dell'obbligo, né fino all'età di otto anni ha potuto frequentare la scuola materna. E per favorire il recupero e l'inserimento è stato costretto, dietro parere neuropsichiatrico, a frequentare il nido pagando.
Ora la storia è al centro di un contenzioso davanti al giudice di pace di Pisa. Il Comune tramite la Sepi ha inviato ai genitori un’ingiunzione di pagamento. La famiglia del bambino ha presentato opposizione al giudice di pace di Pisa: la prima udienza è prevista per il 29 aprile. Nel frattempo il Comune di Cascina si è costituito sostenendo che il nido costituisce un servizio pubblico locale a domanda individuale e non rientra nell'ambito dell'istruzione obbligatoria e quindi è soggetto alla contribuzione da parte delle famiglie.
A seguito delle osservazioni del Comune «si può dedurre che noi genitori del bambino ci siamo trovati costretti su parere del neuropsichiatra a tenere il bambino al nido nonostante l'età scolare e ciò nell'unico modo possibile che è stato quello della domanda individuale». Ma, come è facile intuire, non si tratta di una libera scelta, piuttosto di una rigida indicazione dei medici.
«Questo espediente giuridico della "domanda individuale" è servito per imporre a noi genitori, il costo del servizio. Tutto questo anche se il bambino era in età per frequentare la scuola dell’obbligo, 6 anni, un'età nella quale è lo Stato che si fa carico dell'istruzione di tutti gli altri bambini e lo fa gratuitamente».
Il colmo si è raggiunto quando i genitori sono stati costretti al pagamento della retta anche durante i due mesi in cui il bimbo era ricoverato al Meyer in fin di vita.
La famiglia del bambino ha deciso di andare fino in fondo alla questione e spiega come mai: «Il punto non è economico. Vogliamo affermare un principio che nell'era delle pari opportunità e dell'accoglienza dello straniero, del diverso, la scuola dovrebbe essere in grado di accogliere gratuitamente un bambino come con grave disabilità ed invece pare che sia l'unico rifiutato», afferma la madre del bambino.
Il ragionamento che fa il Comune è banale: siccome la famiglia ha fatto una domanda individuale, come se si trattasse di una scelta facoltativa e non di una scelta assistenziale obbligata visti i pareri medici, date le carenze sul territorio di strutture adeguate alle esigenze specifiche, la famiglia deve pagare.
«Invece di aiutarti, ti carico di pesi maggiori, costringendoti alla domanda individuale come se il problema non fosse istituzionale di fronte ad istanze del genere ma individuale. E non importa che il bambino sia in età di scuola dell'obbligo e dunque in un'età in cui l'istituzione dovrebbe supportare la famiglia, anche con la gratuità. Contro questo ci vogliamo battere», aggiungono i genitori.
Secondo i quali, il Comune non ha preso in carico l'esigenza di questo bambino: «Di fatto la scuola, che si riempie la bocca di educare alle differenze, sottolinea una differenza: tutti gratis meno che chi soffre di una gravissima disabilità. Il profilo economico non è importante in sé ma diventa dirimente in quanto è il punto che fa emergere una discriminazione», è l’amara conclusione della famiglia.©RIPRODUZIONE RISERVATA
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