Il dolore
«Le accuse contro di me? Un malinteso»
Si difende davanti alla Corte d’Assise il giovane di Ponsacco accusato d’inneggiare alla guerra santa: l’Isis è disumano
PONSACCO. «Gli attentati degli ultimi mesi, la morte di persone innocenti che vivono in pace, dimostrano che l'Isis è disumano». Lo ha detto Jalal El Hanaoui, il marocchino, di 26 anni, detenuto dal luglio scorso perché accusato di istigare alla jihad attraverso i suoi profili Facebook, durante l'udienza di ieri al processo che lo vede imputato davanti alla corte d’assise rispondendo alle domande dei suoi avvocati difensori, Tiziana Mannocci e Marco Meoli.
Durante l'interrogatorio del pubblico ministero della Dda di Firenze, Angela Pietroiusti, che gli chiedeva conto della sua attività sul web e anche di alcuni post dai quali risulterebbero le sue posizioni radicali nei confronti dell’islam e dei terroristi islamici, El Hanaoui, ha risposto che «le accuse contro di lui sono il frutto di un malinteso» e che la sua navigazione «era una costante ricerca alla scoperta dell'Islam, durante la quale ho spesso criticato la condotta degli estremisti». Tutta quella mole di post da lui pubblicati sui social - dice il giovane - erano un modo per saperne di più.
«Per combattere il nemico lo devi studiare», ha risposto al pubblico ministero usando fin dall’inizio un tono abbastanza risoluto, tanto che il giudice Pietro Murano lo ha interrotto invitandolo a moderarsi nell’atteggiamento. «Lei sta parlando con un pubblico ministero, cerchi di stare rilassato, nessuno qui la vuole condannare per forza».
Rispondendo alle domande dei difensori, il marocchino ha anche precisato «di avere sempre condannato le posizioni dell'Isis» e raccontato che aveva progettato «di lasciare l'Italia, che considero comunque il Paese che amo perché sono cresciuto qui, per trasferirmi in Svezia e costruirmi una vita migliore con salari migliori: poi è arrivato l'arresto e ora non riesco a vedere più il mio futuro». L’imputato ha anche spiegato come mai aveva nascosto al direttore del personale dell’azienda per cui lavorava che aveva deciso di andare alcuni giorni a Istanbul, in Turchia. In fabbrica, infatti, aveva detto che doveva andare in Marocco per sposarsi e questo alla fine ha aumentato i sospetti su quel viaggio, in modo particolare quando il giovane è stato arrestato.
Jalal El Hanaoui, che risiede in Italia da quando aveva otto anni e si trova attualmente recluso nel carcere a Prato, già nel corso di un interrogatorio a distanza di un mese dall’arresto aveva preso esplicitamente le distanze dall'Isis e dall'islamismo radicale in genere. Tutto il processo vede le parti, accusa e difesa, su posizioni diametralmente opposte rispetto alle attività contestate al giovane. L’accusa sostiene che il marocchino, che aveva molto tempo libero e lo spendeva su internet, avrebbe infatti divulgato attraverso diversi profili Fb, da lui gestiti, documenti, video e messaggi incitanti all’odio verso tutti gli Stati e le società non islamiche e inneggianti al compimento di atti di violenza e al martirio con finalità terroristiche. Il giovane ha raccontato di «avere abbracciato la religione musulmana», a settembre 2014, dopo che, durante una serata con gli amici, era finito in coma etilico.
Il processo si gioca tutto a colpi di post. La difesa ha risposto all’accusa producendo una serie di post pubblicati dall’imputato su Facebook e rimasti finora “inediti” nell’ambito delle indagini e del dibattimento. Il pm si è opposta alla loro ammissione. La corte invece ha accolto la richiesta della difesa. Si tratta di post che inneggiano alla pace e che sono stati raccolti da una ex fidanzata del giovane. Il processo è stato aggiornato al 13 maggio. Riprenderà proprio dall’esame di questi scritti e proseguirà con la testimonianza del fratello dell’imputato.
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