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il processo

Accusato di inneggiare alla jihad, "tutto frutto di un malinteso"

Accusato di inneggiare alla jihad, "tutto frutto di un malinteso"

Il giovane marocchino di Ponsacco si difende in aula interrogato dal pm Pietroiusti: "L'Isis è disumano"

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PONSACCO. "Gli attentati degli ultimi mesi, la morte di persone innocenti che vivono in pace, dimostrano che l'Isis è disumano". Lo ha detto Jalal El Hanaoui, il marocchino, di 26 anni, detenuto dal luglio scorso perché accusato di istigare alla jihad attraverso i suoi profili Facebook, durante l'udienza del 15 aprile al processo che lo vede imputato davanti alla corte rispondendo alle domande dei suoi avvocati difensori.

Durante l'interrogatorio del pubblico ministero, Angela Pietroiusti, che gli chiedeva conto della sua attività sul web e anche di alcuni post dai quali risulterebbero le sue presunte posizioni radicali, El Hanaoui ha risposto che "le accuse contro di lui sono il frutto di un malinteso" e che la sua navigazione "era una costante ricerca alla scoperta dell'Islam, durante la quale ho spesso criticato la condotta degli estremisti".

Rispondendo alle domande dei difensori, Tiziana Mannocci e Marco Meoli, il marocchino ha anche precisato "di avere sempre condannato le posizioni dell'Isis" e raccontato che aveva progettato "di lasciare l'Italia, che considero comunque il Paese che amo perché sono cresciuto qui, per trasferirmi in Svezia e costruirmi una vita migliore con salari migliori: poi è arrivato l'arresto e ora non riesco a vedere più il mio futuro".
 

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