Il Tirreno

Pontedera

Nel Valdarno persi 800 posti in sette anni

Uno studio dell’Irpet evidenzia come conciario e calzaturiero non diano più garanzie di occupazione

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SANTA CROCE. Ottocento posti di lavoro in meno negli ultimi sette anni: 600 nel settore conciario e altri 200 nella calzatura, in un territorio incapace di offrire opportunità nuove e diverse in termini di occupazione, e dove la ricerca di lavoro è costretta sempre più a guardare altrove.

È la fotografia del distretto del Cuoio scattata dall’Irpet (l’Istituto regionale di programmazione economica), attraverso i dati illustrati a Santa Croce nell’incontro organizzato dall’associazione Laboratorio Valdarno. Un’occasione per fare il punto sul distretto, capirne le criticità e cominciare a pensare al futuro. Ospite del dibattito di lunedì, insieme al dirigente regionale allo sviluppo economico Albino Caporale, e alla presidente di Laboratorio Valdarno Anna Maria Tognetti, il ricercatore Irpet David Burgalassi, che ha messo in luce i punti deboli del comprensorio. In primis sull’occupazione: «Il conciario in particolare - ha spiegato Burgalassi - ha registrato un calo di occupazione tra 2008 e 2010, seguito negli ultimi anni da un alternarsi di alti e bassi ma comunque con una media in calo, per una perdita complessiva tra 2008 e 2015 di circa 600 posti. Seppur marginale per questo territorio, il ramo delle confezioni e dell’abbigliamento si è mantenuto stabile, mentre il calzaturiero, dopo una flessione nei primi anni di crisi adesso sembra essersi stabilizzato». Il tutto con una perdita totale di altri 200 posti. Allo stesso tempo, però, il comprensorio vanta un numero di “aziende dinamiche” superiore al resto della Toscana; sono le imprese che hanno saputo innovare e che hanno conquistato fette di mercato nell’export: il 13% delle imprese del Cuoio contro una media regione dell'8. Interessanti, nell’analisi Irpet, anche i numeri sugli spostamenti: ogni giorno, mediamente, sono 54.135 i residenti nei sei comuni del comprensorio che si spostano per studio o per lavoro, di cui il 73% rimane comunque nel distretto. All’opposto, tra le persone che ogni giorno entrano nel comprensorio, sono solo il 17% coloro che provengono da comuni al di fuori del comprensorio stesso. «Si ricava l’immagine di un territorio “chiuso” in entrata - ha sottolineato Burgalassi - ma “aperto” in uscita. In pratica, la ricerca di lavoro porta i cittadini fuori dal distretto, che sembra diventare così un territorio a vocazione sempre più residenziale».

Giacomo Pelfer

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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