Sicurezza
«Così l’uranio mi ha distrutto»
La storia del colonnello Calcagni, in questi giorni all'ospedale di Cisanello per le conseguenze della malattia
PISA. Un sogno: le Paraolimpiadi 2016 in Brasile, a Rio, nel ciclismo. Carlo Calcagni, in questi giorni a Pisa per sottoporsi ad alcuni controlli endocrinologici all’ospedale di Cisanello, colonnello del Ruolo d'Onore e pilota istruttore di elicottero dell'Esercito Italiano, già campione del mondo di ciclismo, da quasi 13 anni combatte contro le conseguenze di una malattia scatenata dalle conseguenze dei bombardamenti con uranio impoverito nei Balcani, ad opera degli alleati, gli americani. In particolare, dalle polveri di metalli pesanti e di sostanze altamente tossiche respirate durante una missione internazionale di “pace” alla quale Calcagni ha partecipato nel 1996 con il primo contingente italiano, con l'incarico di “Medevac” (evacuazioni medico-sanitarie).
Il principale responsabile della sua malattia - così è stato riconosciuto dalla Commissione Medico-Ospedaliera Militare prima, dal Comitato di Verifica del Ministero dell'Economia e Finanze poi e successivamente dal Ministero della Difesa che ha ammesso la dipendenza da causa e fatti di servizio relativi alla missione nei Balcani - è proprio l'uranio impoverito, utilizzato nelle bombe che venivano lanciate dagli americani sulla ex Jugoslavia. Anche se lo Stato non gli ha mai riconosciuto alcun risarcimento. Un nemico invisibile che oggi si aggiunge a quello altrettanto invisibile, ma davvero insopportabile per chi ne paga le conseguenze, della burocrazia e di uno Stato non sempre pronto a guardare la realtà.
Abbiamo incontrato Calcagni a Pontedera, durante la consegna del “Premio Fellini” organizzata dall’Associazione Nazionale Carabinieri in congedo. Un premio che il militare avrebbe dovuto ricevere prima di Natale ma che ha ritirato solo pochi giorni fa, in occasione dell’ennesimo viaggio a Pisa per uno dei tanti ricoveri nel reparto di endocrinologia dell’ospedale di Cisanello.
Impossibile non parlare delle sue aspirazioni, che sono quelle di un uomo che, nonostante gravissime patologie multiorgano, non ha perso la voglia di lottare e di cercare una vita il più vicino possibile a quella precedente all’incontro con il nemico che gli ha devastato il fisico. Eppure dolori e ansie scompaiono quando Calcagni sale sulla sua bici.
«Nell'ultimo mese sono morti altri cinque militari, probabilmente per le conseguenze dell'uranio impoverito – è stato il primo pensiero di Calcagni quando ha ritirato il premio “Fellini” – ma il Ministero preferisce ignorare le vittime. Finge che il problema non esista. Non vogliono riconoscere il problema delle polveri pesanti che abbiamo respirato durante quelle missioni di pace, perché “noi” siamo la prova delle loro colpe e delle loro responsabilità». Nonostante questo il colonnello ha chiesto di rimanere, a titolo gratuito, nell’Esercito per rendersi ancora utile; questa era una sua facoltà dopo essere stato iscritto nel Ruolo d'Onore grazie al riconoscimento della dipendenza da causa di servizio.
Ancora oggi, come lui stesso racconta, crede in quello spirito e in quella missione di servizio che tanti anni fa lo avevano portato ad arruolarsi. “Per il prezioso contributo offerto alla vita democratica, attraverso l'impegno istituzionale, volto ad affermare i valori di democrazia e civiltà”, si legge nella motivazione del riconoscimento che Antonio Mattera Ricigliano dell’Anc ha voluto consegnargli. Una cerimonia informale, molto intima, alla presenza di ufficiali dei carabinieri e della guardia di finanza.
E proprio da Pontedera e da alcuni cittadini, che hanno conosciuto di persona Calcagni e sentito la sua storia, partirà una lettera indirizzata al governo per chiedere una maggiore presa di coscienza ed un riconoscimento per questi militari che, svolgendo un servizio di pace per conto dello Stato, sono stati aggrediti da malattie gravi che ne hanno stravolto la vita. Finora infatti alle vittime di questa strage invisibile non è stato riconosciuto alcun risarcimento per il danno subìto, nemmeno a Calcagni, nonostante sia stato proprio il Ministero a riconoscergli un’invalidità permanente del 100 per cento.
Ma Calcagni ha continuato a lottare ed oggi è un campione: è un grande ciclista paraolimpico, atleta della Nazionale della Fci e del Gruppo Sportivo Paralimpico del Ministero della Difesa. Ha vinto tante corse nazionali ed internazionali nella sua carriera, tra cui 17 titoli di campione italiano, 3 campionati del mondo e 2 prove di coppa del mondo. Se il suo fisico è provato dalle cure, la determinazione non è stata scalfita. Il suo sogno è andare alle Paraolimpiadi di Rio. Nella sua condizione molti starebbero in casa o in un letto. Lui vuole farcela, vuole essere di esempio per gli altri che sono malati come lui. «Cerco di aiutare chi come me è stato vittima del dovere», non si stanca di ripetere. È pronto a correre, anche se è stato inserito nelle categorie riservate ai disabili e in passato ha pure conosciuto l’onta - subito cancellata - del presunto doping solo perché deve assumere farmaci salvavita. Nessuno potrà fermarlo nella ricerca di emozioni per apprezzare la vita: «Sopravvivo grazie alle terapie ma vivo grazie alla bici».
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