Il dolore
MUSICA: gruppo PONTEDERESE alla ribalta
PONTEDERA. The dark side of the “Nabuk”. La carica estetica e pacificatrice della musica che diventa una zattera cui aggrapparsi per fuggire le scorie tossiche della più banale quotidianità. È il...
PONTEDERA. The dark side of the “Nabuk”. La carica estetica e pacificatrice della musica che diventa una zattera cui aggrapparsi per fuggire le scorie tossiche della più banale quotidianità. È il messaggio, forte, diretto, dei “Fiori Di Hiroshima”, band giovane, anzi giovanissima (20 anni d’età media), che domani pubblica il suo disco d’esordio, “Nabuk” (Phonarchia/Audioglobe/The Orchard). Un lavoro in cui il concetto di tenebra c’entra eccome. Intento dichiarato della band - composta da Elia Vitarelli (voce, chitarra elettrica, chitarra acustica), Daniele Lapi (chitarra elettrica, cori), Alberto Volpi Ramos (basso, cori) e Jacopo Priami (batteria, percussioni, cori), musicisti della Valdera – è «mettere in luce il negativo, la parte più oscura e distorta di ognuno di noi».
“Nabuk” è, scrivono, «un prodotto che ricerca una cupezza non solo nei testi, ma anche nella forma musicale: una passione che si trasforma lentamente in un'ossessione (come in "Nociva")». Scrivono il vero. I riff di chitarra sono potenti, vi si scorge un’eco della rabbia di Kurt Cobain. La struttura dei brani è spesso un ipnotico gioco di specchi che rinnova se stesso in un divenire circolare enigmatico (come nel pezzo strumentale che dà il nome all’album). E quei cerchi, costringenti come le spire di un serpente, avviluppano l’ascolto in un riuscito ritratto di ciò che può essere ragionevolmente definito “ossessione”.
Da dove nasce questo sentimento? Semplice: basta guardarsi attorno, suggeriscono loro (come dargli torto?). Ci vorrebbero conformi a redditizi cliché, ci vedrebbero bene in fila come soldatini (ma per andare dove?). È malata questa gabbia di convenzioni che tentano di irretire con la loro “facilità”. No, grazie, dicono i “Fiori”. Meglio “non esserne all’altezza”.
Meglio centomila volte “un’ardente solitudine”. Che è vitale, nutriente, e priva di maschere. Meglio, soprattutto, la pacificazione estetica che le poche cose che contano davvero (tra cui la musica, of course) sanno offrire generosamente.
Ogni lato oscuro che si rispetti è fatto di luci e di ombre. Difatti “Nabuk” è un continuo chiaroscuro. I testi, minimali, scarnificati, ondeggiano tra quiete vallate acustiche e esplosioni di suono che arrivano come tuoni. Lingua italiana e sonorità internazionali e d’avanguardia. Un impasto sempre affascinante. Come la Phonarchia Dischi, etichetta della Valdera che già lanciò i nostri “Venus In Furs” e “Etruschi From Lakota”, sa bene.
Il delizioso stravolgimento di “Datemi un martello”, già hit di Rita Pavone degli anni Sessanta, vi colpirà. Riconoscibile (per la vena dissacratoria e ribelle) e diversissima (per tutto il resto), è un ottimo biglietto da visita. Che brucia tra le dita.
Andrea Lanini
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