Attenzione
Sette anni di reclusione al compagno di Mara
L’uomo giudicato colpevole di omicidio preterintenzionale
CAPANNOLI. Prima è stata picchiata e poi lasciata morire. Alfredo Di Giovannantonio, 39 anni, camionista di Zambra, l’uomo che ha ucciso Mara Catani Nieri, trovata cadavere davanti a casa la mattina del 26 aprile 2013 a Capannoli, è stato riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale e condannato dai giudici della Corte d’assise del tribunale di Pisa a 7 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. È stato condannato anche a pagare un risarcimento alla parte civile - si erano costituiti la madre, il padre e il fratello - per una somma che dovrà essere stabilita con un processo civile.
All’omicida, che era difeso dagli avvocati Isabella Carvelli e Giuseppe Mattonai, sono state riconosciute le attenuanti generiche, così come richiesto dal pubblico ministero, Giovanni Porpora, il quale alla fine di una dettagliata requisitoria ha chiesto per l’imputato - che non è mai stato arrestato - la condanna a 8 anni di reclusione. Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra 45 giorni.
A Di Giovannantonio sono quindi state riconosciute le attenuanti generiche anche se durante le indagini e poi al processo ha cambiato più volte la sua versione dei fatti. Le numerose versioni che l’imputato ha fornito della notte in cui è morta Mara, madre di un bambino avuto dallo stesso autore dell’omicidio, lo «hanno reso inattendibile», ha detto il pubblico ministero. L’uomo in un primo momento aveva fatto credere ai soccorritori che la compagna era morta per un malore e che l’aveva trovata nel cortile di casa quando ormai era impossibile salvarla. Ma poi sul cadavere sono stati trovati molti segni di percosse e la morte è stata causata, secondo i consulenti dell’accusa, da un forte stress. Prima la violenta aggresione e poi l’angoscia di chi resta agonizzante per ore, senza riuscire a chiedere aiuto. Solo quando aveva capito che i carabinieri di Ponsacco avevano scoperto la verità il compagno di Mara si era deciso a raccontare che la sera prima erano stati a Calci, a casa di amici. Avevano bevuto, c’era stata una discussione: Mara voleva restare a Calci, forse aveva paura che il compagno, che era ubriaco, la picchiasse o facesse del male al figlio. Il resto è rimasto nebuloso. L’unica certezza è che la donna è morta. Per il compagno, al quale i giudici non hanno creduto, è stata vittima di una caduta accidentale: questa è stata la linea della difesa per tutto il processo. «Ma aveva sul corpo troppe lesioni per pensare a una caduta accidentale», ha ribadito il pm. «La pluralità di versioni rese cozza con i fatti emersi durante il dibattimento e le indagini», secondo l’accusa.
Stando alla parte civile, rappresentata dall’avvocato Rolando Rossi, la morte di Mara è stata dovuta a una vera e propria aggressione. «In attesa di una confessione che non c’è stata – ha detto Rossi – il pm ha dimostrato rigore e garantismo, molti altri pm avrebbero potuto chiedere l’applicazione di misure cautelari. Non lo ha fatto tenendo conto anche del contesto sociale di questa tragedia». Ma Di Giovannantonio «fin dall’inizio ha depistato, si è preoccupato di predisporre una messinscena per fare credere all’ipotesi del malore. Ha fornito una versione sconcertante e, anche quando viene intercettato in macchina mentre l’imputato fornisce diverse versioni del fatto, non usa mai parole di conforto, non si rivolge alla povera Mara. Le lesioni non sono compatibili con una caduta accidentale, ma con un’aggressione. Se invece di lasciarla morire, se non si fosse addormentato e avesse chiesto aiuto, forse Mara si sarebbe salvata. Per tutti questi motivi, per il fatto che il pestaggio è stato sproporzionato rispetto ai reali motivi che possono avere causato la lite, ci sono tutti gli elementi per sostenere l’ipotesi dell’omicidio volontario, con l’aggravante dei futili motivi». La Corte, presieduta dal giudice Luca Salutini, non ha riconosciuto la lettura dei fatti indicata dalla parte civile che aveva chiesto un risarcimento danni per la famiglia di un milione e 200mila euro con una provvisionale di 90mila euro per il fratello, il padre e la madre. «Aspettiamo le motivazioni della sentenza – dice l’avvocato Rossi – siamo sorpresi dal riconoscimento della attenuanti generiche vista la condotta tenuta dall’imputato che ha sviato e inquinato le prove. Così come pensiamo che ci potessero essere gli estremi per riconoscere l’omicidio volontario. Impugneremo in sede di Appello la sentenza in base agli articoli 576-577 del codice di procedura penale».
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