Il Tirreno

Pontedera

«Possiamo crepare Basta che tornino i loro interessi»

«Possiamo crepare Basta che tornino i loro interessi»

La rabbia dei lavoratori mandati a casa dalla cooperativa L’azienda parla di un calo dei volumi di oltre il 6 per cento

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PONTEDERA. «A loro non interessa niente delle persone. Possiamo anche crepare, basta che i conti tornino». Djamel Laieb si sta sfogando da mezz’ora, da quando gli è arrivata la telefonata dagli uffici della cooperativa Dna di recarsi a colloquio con la dirigenza. «Mi hanno dato la lettera di licenziamento. Ma io non firmato nessun foglio. Non mollo di un millimetro, perché stiamo vivendo una vera ingiustizia».

Il quarantasettenne di origine algerina vive a Livorno, ha tre figli e una moglie italiana che è all’ospedale da tempo. Negli occhi ha un insieme tra sconforto e voglia di reagire che solo chi ha dovuto passare attraverso mille difficoltà durante la vita riesce a far trasparire con un semplice sguardo.

Non è strano, quindi, il fatto che sia lui a consolare Marco Rispoli, 39 anni, separato e padre di un bimbo, un altro operaio che vive a Livorno. È stato il primo a essere convocato negli uffici per la lettera di licenziamento. Neppure lui ha firmato niente, ma piange da quando è tornato sul piazzale in mezzo ai suoi compagni. Sembra non avere forze e si allontana per camminare un po’ e provare a calmarsi.

«Lavoro qui da 8 anni e sono passato attraverso varie cooperative - racconta asciugandosi le lacrime - Mi hanno fatto vedere il foglio, ma non sono riuscito a leggere tutto. Mi sono limitato a dire che non avrei firmato e sono uscito. Ma è una situazione assurda, irreale. Non ci sono parole».

Rispoli racconta anche un fatto che ha del paradossalo, ma che, a pensarci bene, potrebbe aver nascosto una strategia da parte dell’azienda. «Mi hanno fatto fare tutte le ferie che avevo accumulato - spiega il lavoratore - dicendomi che tanto ne avrei maturate altre nei prossimi mesi. Sono rientrato al lavoro da pochi giorni. Ma ora mi arriva la lettera di licenziamento, così non devono neppure pagarmi le ferie».

L’amarezza e il nervosismo serpeggiano al presidio. C’è chi fa la conta di quelli che sono rimasti alle postazioni. Chi prova ad abbozzare una strategia per inasprire la lotta. A metà mattina, però, viene distribuito un foglio da parte dell’azienda, in cui si legge, tra l’altro, che «Dna ha sempre manifestato grande sensibilità verso gli aspetti occupazionali essendosi nel corso dell’appalto sforzata in ogni modo possibile di mantenere invariati i livelli occupazionali del magazzino ricambi, nonostante da inizio appalto a oggi si siano verificati eventi in questo senso non favorevoli». In sintesi: «L’internalizzazione da parte del nostro cliente di 11 postazioni lavorative, il calo dei volumi di oltre il 6%, la riorganizzazione dei reparti confezionamento, rimessazione e spedizione, la revisione degli interi processi lavorativi e l’introduzione di 4 nuovi macchinari aggiuntivi nel reparto confezionamento».

Insomma, queste per la cooperativa le motivazioni di una situazione che è stata definita «una forzatura» dai sindacati. E che rischia di inasprire un clima sociale già piuttosto delicato all’interno del mondo delle cooperative presenti in Valdera.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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