Il Tirreno

Pontedera

I cinghialai non spareranno nelle aree di ripopolamento

di Elena Battaglia
I cinghialai non spareranno nelle aree di ripopolamento

Arci caccia e Federcaccia San Miniato contro l’incertezza delle norme e i ritardi «Mai fatte le celle frigo per evitare che la carne degli animali uccisi si deteriori»

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SAN MINIATO. Le associazioni “Arci caccia” e “Federcaccia” di San Miniato non ci stanno e per la prossima stagione venatoria preferiscono non intervenire con le tradizionali operazioni di contenimento dei cinghiali all’interno delle zone di ripopolamento. La decisione è stata dettata dall’incertezza legislativa in merito alla gestione delle aree “non vocate”, ossia quelle zone interdette all’attività di caccia ma gestite dalle associazioni venatorie ed agricole per assicurare la riproduzione della selvaggina autoctona.

«Fino a gennaio 2015 la competenza delle zone di ripopolamento spettava alla Provincia. Successivamente è passata agli Ambiti territoriali di caccia (Atc), comitati istituiti appositamente per la gestione faunistica del territorio. Ogni cacciatore, così, è chiamato a versare una quota di iscrizione di 100 euro all’Atc del luogo in cui risiede. I fondi raccolti vengono poi utilizzati per le operazioni di miglioramento ambientale nelle zone di ripopolamento e cattura e per risarcire i proprietari delle colture danneggiate dalla presenza dei cinghiali», spiega Piero Taddeini, segretario di “Federcaccia” di San Miniato.

«Purtroppo le leggi comunitarie e regionali si intersecano con i regolamenti provinciali e sanitari e non è facile interpretare quale sia il corretto comportamento da tenere per svolgere il nostro compito nel pieno rispetto delle regole. Considerando che l’attività che portiamo avanti nelle zone di ripopolamento è del tutto volontaria, riteniamo opportuno non intervenire fino a quando non verrà proposto un vademecum da parte degli enti competenti. Salvaguardare il territorio è nostro interesse, ma non possiamo farlo senza una maggiore chiarezza, semplicità operativa e tutele personali da parte delle istituzioni».

Da che cosa nasce, dunque, l’incertezza a livello normativo? Le normative comunitarie 852 e 853 Ce – che stabiliscono le regole specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale – obbligano i cacciatori a presentare all’Usl parti delle interiora degli esemplari uccisi, in modo da certificarne l’idoneità al consumo. Soltanto dopo questa procedura, infatti, la carne può essere ceduta a ristoranti da parte dei cacciatori, mentre nessun controllo è obbligatorio nel caso dell’autoconsumo privato. Nel 2002 la Provincia di Pisa aveva inoltre deciso che le carni provenienti dagli abbattimenti nelle zone di contenimento dovessero essere distribuite non solo ai partecipanti alla battuta di caccia, ma anche ai proprietari delle aree interessate, come indennizzo.

Ecco che i controlli sanitari, in questo secondo caso, diventano obbligatori. «C’è poi la legge regionale 3/94, che istituisce le zone di raccolta e cattura. In questo caso la carne non può essere, però, destinata all’autoconsumo e non è chiaro chi deve accollarsi le spese per eseguire gli esami sanitari – continua Taddeini – L’intento nobile della Regione Toscana era quello di instaurare un percorso virtuoso per la commercializzazione libera della carne di cinghiale. Con questo proposito è stata costruita una cella frigo, costata 104mila euro, presso i macelli pubblici di San Miniato. È qui che avrebbe dovuto arrivare la carne proveniente dalle altre zone di caccia e raccolta della Provincia di Pisa. Ma come fare a trasportarla in tempo utile, senza che si deteriori? Per evitare questo erano state progettate alcune celle di sosta temporanea, all’interno del territorio pisano, ma non sono mai state realizzate. Chiediamo solo che venga fatta chiarezza per poi proseguire con i dovuti interventi, fondamentali per garantire la sicurezza in questi territori».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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