Il Tirreno

Pontedera

Imprenditore edile e suo padre a processo per truffa e falso

di Federico Lazzotti
Imprenditore edile e suo padre a processo per truffa e falso

L’accusa è aver taroccato la Dia per frazionare un’abitazione E il cantiere avrebbe causato danni alla casa di una donna

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LIVORNO. Il nome, l’età, e il luogo di nascita incuriosiscono, certo, ma dicono ancora poco sul passato di Bianca Vidali, 85 anni, registrata all’anagrafe il 24 ottobre del 1930 a Mosca, nell’Unione Sovietica di Stalin e oggi parte civile in un processo per truffa e falso dove sono imputati padre e figlio, proprietario di un immobile il primo e costruttore il secondo. Quest’ultimo è residente a Fauglia.

Molto di più sull’anziana, però, lo dice cosa si nasconde dietro alla scritta «vedova» sulla carta d’identità. La signora Vidali è stata la moglie di Francesco Moranino, ex partigiano della brigata Garibaldi, padre della Costituzione, eletto nelle liste del Pci, e poi sottosegretario alla difesa nel terzo governo di Alcide De Gasperi nel 1947.

La signora Moranino vive da anni in un appartamento in via della Venezia a Livorno. Qui, dal 2003, è cominciato «un incubo vissuto per dieci anni», durante i quali il suo «prestigioso appartamento si è trasformato in una vera e propria trappola», per sua definizione. Tutto inizia - secondo gli investigatori - quando Massimo Bellagotti, 55 anni, costruttore livornese residente ora a Fauglia, deposita in Comune la dichiarazione di inizio attività per i lavori di frazionamento dell’appartamento del padre Angiolo, 82, proprietario di un appartamento nello stesso immobile al quarto piano di via della Venezia.

Cinque anni dopo, quando uno degli appartamenti viene venduto a una signora di Vecchiano, poi deceduta, il notaio firma il rogito e tutto sembra in ordine. La magagna viene fuori qualche tempo dopo quando i vigili urbani eseguono un sopralluogo nell’appartamento per verificare la regolarità di frazionamento e ristrutturazione: la Dia presentata nel 2003 è stata sostituita da una variante che - a guardare il documento presentato durante i controlli - sarebbe stata protocollata nel 2005, ma di cui negli uffici comunali non vi è traccia. Anzi, una traccia ci sarebbe perché il numero di serie corrisponde a una pratica. Ma non a quella dell’appartamento in Venezia. Bensì alla ristrutturazione di un immobile di proprietà di un altro professionista livornese estraneo alla vicenda.

Da qui l’indagine e poi la contestazione del capo d’imputazione del pubblico ministero Massimo Mannucci: falso nei confronti del costruttore che taroccando il documento avrebbe agevolato il padre e tratto in inganno il notaio che ha firmato il rogito, e truffa nei confronti del proprietario, che fornendo un atto falso avrebbe compiuto il raggiro procurandosi l’ingiusto profitto attraverso la compravendita.

«Dopo i lavori al tetto - spiega l’avvocato Claudia Piva che rappresenta la vedova - i Bellagotti hanno tenuto il cantiere aperto per procedere ai lavori di frazionamento dell’abitazione in tre mini appartamenti». Questo avrebbe procurato i danni all’anziana, stimati in 25mila euro. E a causa degli interventi mai finiti, l’appartamento della donna avrebbe subito problemi, a cominciare dalle infiltrazioni. «Gravissimi danni sia morali che materiali», sintetizza il legale.

La prossima udienza, dopo quella di ieri è stata fissata per il prossimo 14 maggio quando il reato rischia di essere già prescritto. Non certo nel nome della Costituzione.

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