Il Tirreno

Pontedera

La lotta quotidiana per la caccia al posto

di Tommaso Silvi
La lotta quotidiana per la caccia al posto

In viaggio con gli studenti: ecco la cronaca dei disagi

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PONTEDERA. Vicino all’ingresso dello stadio un gruppo di ragazzi improvvisa una partita di calcio. Zaini a terra a fare da pali, l’unica cosa che conta è fare gol. Senza altre regole. La loro giornata di scuola è finita, ma c’è un bel po’ di tempo da ingannare nell'attesa che arrivi il pullman del rientro a casa. A pochi metri dalla “partitella” alcuni studenti ridono guardando il cellulare di uno di loro. Qualche spintone per gioco, sfottò calcistici di rito. Un’altra mattina tra i banchi è finita. C’è voglia di scherzare. Insieme agli adolescenti oggi ci siamo anche noi. Vogliamo salire con loro sul pullman. Da tempo il binomio scuole-autobus fa da innesco alla polemica. Posti in piedi, conducenti costretti a saltare le fermate, impossibilitati a caricare altri passeggeri, o peggio ancora impegnati a farli scendere per raggiungere un numero “ragionevole” di persone da trasportare.

L’orologio dice che mancano cinque minuti alle 13 e l’atmosfera cambia in un attimo: suonano le campanelle nei licei e negli istituti del villaggio scolastico e la zona di fronte al Mannucci si popola di centinaia di zaini, cappellini, cellulari, scarpe all’ultima moda. Un tripudio di colori, di voci, di cuffie negli orecchi. Tutti con la testa rivolta verso la piscina comunale: perché da quella parte arrivano i pullman. Da lì scatta il segnale per la rincorsa a un seggiolino.

Ecco l’autobus. Chi si sistema lo zaino in spalla, chi si allaccia le scarpe, i telefoni vengono riposti in tasca. E parte la lotta. La prima mossa consiste nell’aggrapparsi alle porte del bus, ancora chiuse, con il mezzo in movimento, aspettando che si aprano. «Dai, dai prendine uno anche a me». Chi resta “a terra” incita l’amico impegnato nella battaglia per un posto a sedere. Si spalanca l’entrata e un fiume di teste sparisce alla velocità della luce dietro i vetri del pullman. Anche i seggiolini in pochi secondi sono tutti occupati, il corridoio si riempie un attimo dopo. Restano fuori almeno 20-30 studenti che invitano i “colleghi” a incastrarsi ottimizzando lo spazio per poter salire e procedere anche loro verso casa.

Scegliamo di salire a bordo - a fatica - anche noi e lo facciamo sulla linea che porta a Santo Pietro Belvedere, utilizzata da molti giovani residenti nei paesi dell’Alta Valdera. I ragazzi spiegano che non è tra le più caotiche, ma ci vogliono comunque alcuni minuti per assicurarsi un piccolo spazio nel quale viaggiare. In tre o addirittura in quattro seduti in postazioni da due. Ma nessuno si lamenta.

Si capisce che per gli studenti l’autobus affollato è diventato ormai una scomoda ruotine. Prima di partire l’appello del conducente è chiaro: «Scorrete verso il fondo - dice ai giovani rimasti in piedi - perché non riesco a vedere la strada». Un giovanotto con la faccia sveglia fa un cenno d’intesa all’autista e invita tutti a fare un passo indietro per lasciare libera la parte anteriore. Chi scende a Santo Pietro Belvedere deve farsi 20 minuti di viaggio spalla a spalla con altri coetanei altrettanto sfortunati. Il calendario dice che novembre è iniziato da quattro giorni ma il sole scalda come a primavera. Meglio - per noi - scendere a Ponsacco. Si libera un posto in piedi. Una ragazza ne approfitta subito per stendere le gambe. Finalmente.

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