Il Tirreno

Pontedera

Rinviato il trasferimento dei tori Gli operai: «Difendiamo il lavoro»

di Andreas Quirici
Rinviato il trasferimento dei tori Gli operai: «Difendiamo il lavoro»

Il trasporto dei cento animali era previsto ieri, ma è stato rimandato a causa del presidio alla Serra Intanto i sindacati stanno valutando con gli avvocati se impugnare il licenziamento collettivo

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SAN MINIATO. Il silenzio regna sulla Serra. È rotto solo dai muggiti provenienti dalla stalla iper tecnologica, costruita e portata avanti con soldi pubblici, ma che ora rischia di chiudere per “scelte aziendali”. Nei box della Inseme ci sono cento tori. Mangiano fieno e guardano chi passa loro davanti con uno sguardo dolcissimo. Eppure il destino di questi preziosi animali, e con loro quello dei sei lavoratori rimasti nel sito produttivo sanminiatese, sembra segnato: trasferimento (ieri rinviato) in altre sedi che la stessa Inseme ha in Lombardia ed Emilia Romagna, con il conseguente licenziamento collettivo dei dipendenti alla Serra. La vertenza è in corso, ma i lavoratori hanno deciso di fare le barricate giorno e notte per evitare che i tori vengano portati via.

Disposti a tutto. Michele Bianchi ha 58 anni e sembra disposto a tutto pur di non far chiudere l’azienda in cui lavora da una vita. «Ho due figli minorenni - dice - Se resto senza lavoro, cosa farò?». Con lui ci sono Pietro Carta, Tonino Cabras, Lucio Sanna, Massimiliano Marconcini e Santo Gliorioso. Tutti vicini alla pensione e alloggiati in case della Inseme. «Con il lavoro e lo stipendio perderemmo anche l’alloggio», dicono, mentre il sole illumina questo angolo di tranquillità dove i tori vengono utilizzati per la riproduzione di bovini campioni di produzione di latte. I migliori valgono anche 160mila euro l’anno e ogni dose di sperma costa 20 euro. La conservazione del liquido seminale avviene in celle con azoto liquido a una temperatura di -196 gradi. «In pratica diventa eterno e da questo, fra 100 anni, può nascere un vitellino di una razza pregiata - aggiunge Bianchi - mentre noi, fra poco, saremo socialmente morti». Nel magazzino ci sono tre milioni di dosi al costo di produzione unitario di un euro.

L’importanza della genetica. Ma c’è anche un altro aspetto che rende questa azienda unica in Italia: la genetica animale. Qui sono conservate tante linee di sangue nella banca del genoma per conto dell’Associazione italiana allevatori. Una raccolta di dati per ricostruire le specie bovine. «Siamo gli unici in Italia a fare questo - raccontano i lavoratori - e il paradosso è che si chiude un centro creato nel 1995 per tenerne aperti alcuni degli anni Sessanta».

Accordo disatteso. Il centro della Serra è stato realizzato anche con 400mila euro di finanziamento della Regione Toscana. Soldi per costruire una stalla con l’aria condizionata, in modo da non far subire agli animali choc termici che ne mettano a rischio la fertilità. «Qui ci sarebbero grandi potenzialità - riprende Bianchi - ma la scelta di chiudere è politica, dopo aver usato soldi pubblici per creare questa struttura e gli ammortizzatori sociali per ridurre il personale. Fino a pochi anni fa eravamo oltre 50 addetti, poi siamo diventati circa 30 e oggi siamo ridotti a 6. Avevamo firmato anche un accordo, con numerosi enti governativi coinvolti, in cui ci assicuravano il rilancio dell’azienda. Ma quell’accordo è stato completamente disatteso». Ora i sindacati, che stanno valutando con i legali se impugnare il licenziamento collettivo, cercano di avere una proposta decente dall’azienda per evitare l’emergenza sociale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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