Sicurezza
Cocaina a domicilio, arrestati in sedici
La squadra mobile di Livorno ha stroncato un traffico che coinvolgeva anche la provincia di Pisa
LIVORNO. Per avere un paio di piste di cocaina, magari per qualche serata particolare, bastava chiamare al telefono Stefano Niccolini, 51 anni, oppure presentarsi a casa sua, nella zona di via Garibaldi. A questo punto le opzioni erano due: per clienti speciali e selezionati la consegna della droga avveniva a domicilio da parte dello stesso Niccolini, del suo alter ego Mirco Campochiari, 54 anni, oppure per mano della compagna del primo, Lidia Mangani, 37, di Ilenia Fedi, 41, e Gian Luca Paci, 48.
Per la stragrande maggioranza degli acquirenti, invece, era necessario attendere sotto la finestra della casa del 51enne: pochi minuti e dal quarto piano dell'abitazione veniva calato un cestino legato a un filo dentro al quale c'era la droga; l'acquirente la prendeva e all'interno metteva il corrispettivo in denaro.
In sei mesi di indagine gli agenti della squadra mobile hanno ricostruito una rete di spaccio al dettaglio, ribattezzata "Pony drug", che ha portato all'arresto di sedici persone con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio e l'identificazione di una trentina di consumatori abituali che saranno segnalati alla Prefettura. Come anticipato ieri dal “Tirreno”, gli indagati in tutto sono ventuno, per lo più residenti a Livorno ma anche in provincia di pisa. E nel corso degli ultimi due giorni la polizia ha notificato ai diretti interessati l'ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari Antonio De Forno. In carcere sono finiti lo stesso Niccolini, e altri 5 stranieri dai quali - secondo gli investigatori - il livornese avrebbe acquistato la droga negli ultimi mesi in particolare dalla zona di Cascina. Mirco Campochiari, invece, è stato trasferito agli arresti domiciliari, mentre per altri sei indagati il giudice ha disposto l'obbligo di firma.
Leggendo gli atti dell'indagine coordinata dal pubblico ministero Massimo Mannucci quello che emerge, oltre all'organizzazione della rete di spaccio, è la trasversalità del crimine: più inchieste si intersecano l'una con l'altra creando un sistema di malaffare che si muoverebbe tra Livorno, la Versilia e la zona del Pisano, all'interno del quale un ampio gruppo di persone sarebbe responsabile di furti e rapine.
«È attraverso lo spaccio di droga - spiega il capo della squadra mobile di Livorno, Giuseppe Testaì - che i due indagati incameravano disponibilità di denaro per fare altre attività criminali».
Ma non solo, perché ad esempio, nel momento in cui, lo scorso 29 di agosto la Finanza ha arrestato due degli spacciatori dai quali Niccolini si riforniva, questi si è rivolto al mercato degli albanesi per non scontentare i suoi numerosi clienti. (f.l.)
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