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Mario Marinella: «Difenderò il legame della Cassa di San Miniato con il nostro territorio»
Fondazione Crsm, il nuovo presidente illustra le strategie in vista della riduzione della partecipazione bancaria
SAN MINIATO. Presidente Marinella, quale impatto avrà sulle fondazioni bancarie, compresa quella di San Miniato, il recente protocollo d’intesa che è stato firmato dall’Associazione Casse di Risparmio (Acri) e il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef)?
«Il protocollo sottoscritto da Acri e Mef, al fine di dare piena applicazione alla riforma Ciampi del 1999, ha introdotto un principio molto importante per la vita delle fondazioni di origine bancaria, il principio della diversificazione, in virtù del quale il patrimonio non può essere impiegato, direttamente o indirettamente, in esposizioni verso un singolo soggetto per un ammontare complessivamente superiore a un terzo del totale dell'attivo dello stato patrimoniale della fondazione. Da un lato il protocollo costituisce un'innovazione sicuramente positiva, sia perché viene a creare una fattispecie giuridica totalmente nuova, introducendo una forma di "regolamentazione concordata" tra un'autorità pubblica dotata di poteri di vigilanza ed un'associazione, sia perché dal punto di vista più squisitamente istituzionale dovrebbe aver scritto la parola fine in merito alla conflittualità che ha caratterizzato per lungo tempo il rapporto tra le fondazioni bancarie ed il governo. Dall'altro lato il protocollo avrà, probabilmente, un impatto piuttosto sensibile sul sistema bancario e finanziario del nostro paese ed in particolare sulle economie locali».
Mario Marinella, 56 anni, conosciuto e apprezzato notaio che esercita l’attività professionale a Pontedera, è il nuovo presidente della Fondazione che controlla la Cassa di Risparmio di San Miniato Spa. Questa è la sua prima intervista.
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Cosa intende fare la Fondazione Crsm della partecipazione nella Cassa Spa alla luce dell'accordo tra Acri e Mef? In particolare, è intenzionata a vendere tutto il pacchetto azionario - come già altre fondazioni hanno fatto - o soltanto una parte?
«In questo contesto, a pochissimi giorni dalla nomina, non mi è consentito, ancor prima di riunire tutti gli organi della Fondazione, delineare il percorso da seguire, anche perché sono diverse le operazioni societarie potenzialmente idonee al raggiungimento del risultato imposto dal principio di diversificazione contenuto nel protocollo. A titolo strettamente personale, però, posso dirle che il processo decisionale si baserà sì su elementi economici, sicuramente fondamentali e prioritari, ma terrà conto anche di altri elementi quali il mantenimento del posto di lavoro alle migliori condizioni possibili da parte di tutti coloro che attualmente operano all'interno della banca conferitaria, e la conservazione di un legame, il più stretto possibile, tra la banca ed il territorio».
Quelli che lei si pone, presidente, sono dei traguardi molto ambiziosi, non crede?
«Negli anni più recenti, anni di difficile gestione ordinaria, la paura di sbagliare ha portato a compiere delle scelte prudenti. Oggi che non abbiamo davanti a noi strade già percorse, itinerari già segnati, dobbiamo e possiamo solo prefiggerci dei traguardi ambiziosi e dare tutti il massimo per cercare di raggiungerli. Guai ad essere rassegnati e restare immobili in attesa degli eventi. Ha presente la parabola evangelica dei talenti? Ecco, noi siamo nella posizione dei servi ai quali il padrone - nel caso di specie, la comunità del territorio di riferimento - ha consegnato i talenti e per di più in un momento difficile».
Veniamo alle attività caratteristiche della Fondazione: quali saranno i settori (arte e beni culturali, sviluppo locale, assistenza agli anziani, educazione e formazione, etc.) su cui lei punterà maggiore attenzione nel corso del suo mandato?
«Il precedente comitato di gestione sotto l'impulso costante, oserei dire assillante del presidente Antonio Guicciardini Salini ha creato una commissione per riorganizzare i criteri di assegnazione delle erogazioni ed i risultati sono arrivati ed arriveranno in maniera ancora più tangibile nei prossimi anni. Purtroppo, però, non basta, perché bisogna dare nuove risposte ai nuovi bisogni di prossimità e del welfare. La crisi globale ha prodotto una drastica diminuzione dei dividendi distribuiti dalle società bancarie nel momento in cui maggiore era lo stato di bisogno, il che ha avuto come logico e conseguente corollario una drastica diminuzione della capacità erogativa delle fondazioni ed in alcuni casi anche la diminuzione del loro patrimonio. Tutto questo ha comportato e comporterà sempre più la fine delle erogazioni a cascata e la necessità di inventarsi nuove e, per quanto possibile, efficaci risposte ai nuovi e numerosi bisogni».
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Cosa pensa in concreto di fare?
«Di fronte alle mutate situazioni economiche, è esigenza assoluta ed indifferibile per la Fondazione quella della riduzione dei costi e del ridimensionamento della struttura al fine di ridurre il meno possibile le erogazioni. Bisognerà, però, fare molta attenzione a non risparmiare sulla dignità della Fondazione ed a commisurare proporzionalmente il risparmio ai progetti futuri».
Nei giorni scorsi, nell'ambito del risiko bancario in Toscana, si è parlato, anche sui quotidiani, della possibile fusione tra la Cassa di Volterra e quella di San Miniato. Come presidente della Fondazione azionista di riferimento della Cr San Miniato, lei pensa che questo scenario sia quello giusto per dare alla Toscana una banca regionale solida? Oppure è soltanto “fantapolitica”?
«È una domanda a cui preferisco non rispondere, già da altri è stata iniziata una immotivata polemica. Arthur Bloch, con il suo fine umorismo statunitense, sta lì a ricordarci che la virulenza delle polemiche intorno ad un argomento è inversamente proporzionale all’importanza dell'argomento stesso».
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