Sicurezza
Profughi, soltanto in tre riconosciuti come rifugiati
Le storie dei venticinque migranti ospiti al S. Chiara tra fame, guerra e disperazione Il direttore Calastri: «Tempi biblici per dare loro la possibilità di rimanere in Italia»
VOLTERRA. Sono storie di fame, guerre e diatribe religiose quelle raccontate dai profughi ospitati all’azienda di servizi alla persona “Santa Chiara di Volterra”. In tutto venticinque uomini, di cui diciannove da vari paesi africani e sei dal Pakistan. Tutti con lo stesso desiderio, quello di poter ottenere un lavoro qui in Italia.
Molti di essi lavoravano in Libia poi, a causa della guerra civile, sono scappati. Prince Yav Owusu, originario del Ghana, saldatore, è stato costretto alla fuga per problemi religiosi: cristiano in un ambiente musulmano. Gebel Thimoty, dalla Nigeria, lavorava nel campo della telefonia, ma la miseria lo ha spinto, come milioni di italiani nel periodo del grande esodo migratorio, a cercare lavoro e fortuna nel nostro paese. Alì Nusrat dal Pakistan è un esperto nel campo dell’informatica, musulmano sciita, fuggito per la lotta con i musulmani sunniti. I suoi occhi hanno vissuto l’orrore di veder morire una ventina di persone, fatte saltare con bombe legate al petto. Storie terribili, come quella di una famiglia di otto fratelli in cui si è sorteggiato quello che ha dovuto emigrare per mantenere gli altri fratelli e i genitori.
«Per convenzione con la prefettura offriamo, oltre a vitto e alloggio, servizio di mediazione culturale e insegnamento della lingua italiana, ma il paradosso di tutto questo – dice Fabrizio Calastri, direttore del Santa Chiara – sono i tempi biblici per riconoscere il loro status, tempi che provocano spesso momenti di malcontento e di disperazione. Queste persone vogliono lavorare. Dopo oltre un anno solo tre hanno ottenuto il riconoscimento di rifugiato. A sette è stata revocata la possibilità di fare richiesta: dovranno rientrare nei loro paesi. Per quanto riguarda i rimanenti, per ora solo cinque o sei potranno operare nel volontariato per interventi di pubblica utilità. Gli altri, finché non otterranno lo status, non potranno fare niente. Ci vengono riconosciuti trentacinque euro al giorno per ognuno di loro, e diamo loro, come paghetta, due euro e cinquanta».
Appassionato l’intervento di Susanna Trentini, l’insegnante di lingua italiana per i profughi: «Credo che in questo lavoro sia enormemente importante muoversi sul campo con empatia verso ciò che è universale nell'uomo, indipendentemente da qualsiasi differenza culturale. Il dolore, i sentimenti, le emozioni sono ciò che garantisce la comunicazione anche nelle situazioni più difficili. Il patrimonio emozionale dell'essere umano, la sua cura innescano comprensioni in divenire».
Leonardo Dell’Aiuto
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
