Il dolore
«Sospettammo subito fosse stata drogata»
Parla il medico che visitò la vittima del presunto stupro in villa
PISA. «La ragazza, quando si presentò all’ospedale, non ricordava niente. Era spaventata, avemmo il sospetto che avesse subìto un abuso sessuale». In tribunale a Pisa - nel corso del processo sul presunto stupro avvenuto l'estate di un anno fa in una villa di Santa Maria a Monte, processo che vede a giudizio, accusati di violenza sessuale di gruppo, due ventenni di Pontedera, Mattia Rizza ed Edoardo Nieri - sono stati sentiti alcuni testimoni dell’accusa, per ricostruire i momenti in cui la presunta vittima, anche lei ventenne, di Pontedera, fu accompagnata dal padre al pronto soccorso dell’ospedale Lotti, dove lavora una parente.
Rizza e Nieri, che sono rimasti in carcere per otto mesi, ora sono agli arresti domiciliari. Secondo la denuncia, la presunta vittima giovane apprese della violenza dal racconto dell’amica andata con lei e i due ragazzi nella villa per trascorrere una serata in piscina. I quattro bevvero una bibita e la vodka, oltre a qualche bicchiere di vino. Tutto filò liscio fino a quando la ventenne, che aveva bevuto più del solito, si sentì male e cadde quando - stando all’accusa - aveva già avuto rapporti sessuali con entrambi i ragazzi.
È soprattutto dalla testimonianza dell’amica - la quale ha ripetuto le accuse anche davanti ai giudici del secondo collegio presieduto da Pietro Murano - che la presunta vittima, assistita dall’avvocato Antonio Cariello, ha preso atto di quello che era successo. Lei, a distanza di un anno, ancora dice di non ricordare i particolari di quella sera. E questa prolungata amnesia, dopo la presunta violenza, aggravata dal fatto che durante le indagini - il pm Aldo Mantovani coordina l’inchiesta - sono state trovate tracce di Ghb, la cosiddetta droga dello stupro, nelle bottiglie di bibite e alcolici consumati durante il “festino”, indusse i medici dell’ospedale Lotti ad attivare il codice rosa e la polizia, ovviamente con il consenso della ventenne.
Ieri mattina è stata sentita la dottoressa del pronto soccorso dell'ospedale Lotti che per prima intuì che la giovane era confusa, proprio come se avesse assunto, anche se non ne era consapevole, sostanze che potevano averne alterato i comportamenti.
La dottoressa ha spiegato quali analisi furono fatte dopo che la paziente aveva riferito di avere un'amnesia relativa a un periodo di tempo abbastanza lungo. Non ricordava cosa avesse fatto dalle 23 della sera precedente fino alla mattina. Quando si svegliò a casa dell’amica testimone, uscì per strada e qui fu soccorsa da un pasticcere mai identificato. La giovane disse di non avere assunto sostanze stupefacenti se non uno spinello fumato la mattina insieme allo sconosciuto che la raccolse per la strada.
«Attivammo il codice rosa e consultammo il Centro antiveleni di Milano - ha spiegato in aula la dottoressa Eleni Tsiknaki - Un collega mi prospettò l'ipotesi di intossicazione da Ghb». Una volta avuto questo dubbio, però, l’ospedale non sottopose la presunta vittima al test del capello. «Erano passate alcune ore – ha raccontato la dottoressa in tribunale - Non sarebbero state trovate tracce di Ghb. E poi sarebbe stato complicato in quanto il campione avrebbe dovuto essere inviato a Firenze».
La giovane, accolta all’inizio in pronto soccorso come un codice giallo per l’amnesia, fu poi sottoposta alle analisi del sangue e ai test tossicologici.
Nonostante il sospetto di intossicazione da Ghb, nonostante un’inchiesta e le indagini, i campioni del sangue non sono stati conservati e la difesa dei ragazzi ritiene che questo abbia impedito ulteriori indagini sulle condizioni della giovane al suo arrivo al Lotti. «La colpa non è nostra – ha spiegato il medico – dipende dagli accordi con il laboratorio». Eppure il protocollo del codice rosa prevede che i campioni vengano conservati, hanno osservato i legali degli imputati. «Non questo genere di reperti, di solito si fa con i tamponi vaginali, con le foto dei segni delle violenze», ha risposto il medico.
Ieri hanno testimoniato anche la dottoressa parente della vittima e la psicologa, Giuditta Bertelli, che ha seguito per un anno la ventenne. Alla parente è stato chiesto di precisare se avesse in qualche modo “raccomandato” la ragazza durante l’accesso al pronto soccorso: «Non ero al lavoro quel giorno, telefonai ma non detti alcuna indicazione, sapevo di potermi fidare del lavoro svolto».
La psicologa, oltre a riferire del percorso fatto insieme alla presunta vittima dello stupro, ha confermato di essere a conoscenza delle aspirazioni della giovane di andare a vivere in America e del sogno di aprire un negozio negli Usa. Così come ha detto di averla incoraggiata, per elaborare la presunta violenza, a partecipare ai concorsi di bellezza.
Il processo è stato aggiornato al 19 ottobre per l'esame degli imputati e dei consulenti tecnici. La difesa dei due ventenni - gli avvocati Tullio Padovani, Anna Francini e Caterina Marcacci Belaise per Nieri; gli avvocati Salvatore Salidu e Angela Maria Odescalchi per Rizza - ha rinunciato ai suoi testimoni.
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