Il Tirreno

Pontedera

La tutela della salute di chi fa sport passa dalla prevenzione

di GIAN UGO BERTI

di GIAN UGO BERTI La tutela della salute passa sempre attraverso una corretta prevenzione. Ancor più se questa tutela coinvolge la persona che, a vario titolo, pratica continuativamente attività...

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di GIAN UGO BERTI

La tutela della salute passa sempre attraverso una corretta prevenzione. Ancor più se questa tutela coinvolge la persona che, a vario titolo, pratica continuativamente attività sportiva.

Ci sono regole ben precise sul piano sanitario, ma lo stesso è necessario per chi voglia svolgere attività fisica a livello semplicemente individuale. L’anello debole, soprattutto in quest’ultimo caso, è avere la consapevolezza di seguire sempre un programma idoneo alle proprie condizioni di psico-fisiche, pur trovandosi in apparente, buono stato di salute. Condizioni che possono ovviamente mutare, anche senza la comparsa di disturbi, nell’arco di mesi o di anni.

L’organismo di oggi non sarà mai quello di ieri, né quello di domani. Il tempo passa. La sicurezza assoluta non esiste, ma i margini di sicurezza sì. In sostanza, può succedere tutto e nulla, però fare le cose giuste rappresenta un dovere quantomeno verso se stessi.

La morte improvvisa colpisce atleti ben allenati ed al contempo in assoluto riposo. Ciò non deve rappresentare una giustificazione, perché può colpire chiunque.

Sul piano clinico, le ipotesi più attendibili della morte improvvisa sono due: la displasia aritmogena del ventricolo destro e la cardiomiopatia ipertrofica. La prima è legata alla sostituzione estesa delle fibre muscolari del cuore, a livello soprattutto di questa cavità, con tessuto adiposo, cioè grasso. Si tratta di una condizione su base ereditaria che, anche in apparente stato di benessere, può dar luogo ad un grave disturbo del ritmo. Il tessuto grasso non è infatti in grado di condurre lo stimolo elettrico destinato alla contrazione della pompa a differenza di quanto avviene per il tessuto muscolare.

La seconda ipotesi, sempre basata su predisposizione ereditaria, è rappresentata invece da un ispessimento delle pareti cardiache, senza una causa evidente, situazione che comunque può provocare una condizione d’insufficienza cardiaca proprio per il maggior carico di lavoro contrattile cui viene sottoposto il cuore.

La displasia non è facile ad evidenziarsi attraverso l’esecuzione degli esami diagnostici specialistici. La risonanza nucleare magnetica potrebbe avere un ruolo, ma è indicata solo su precisi sospetti clinici.

Per l’ipertrofia, invece, un’identificazione vede l’esame principale nell’ecocardiogramma ovvero nell’impiego degli ultrasuoni, anche sulla scorta di alterazioni nel tracciato elettrocardiografico.

. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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