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La scorta ai cantanti? In Vespa

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L’idea di Bocelli: lo scooter della Piaggio come biglietto da visita della Valdera

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LAJATICO. Ad oggi, la voce di Andrea Bocelli e la Vespa sono il miglior biglietto da visita della Valdera nel mondo. Ed è bello che gli organizzatori dell’edizione 2015 abbiano affidato la sicurezza dei propri bus navetta a un team di vespisti. Ed ancora più bello è pensare che l’idea di tributare questo defilato, ma significativo, omaggio sia venuta ad Andrea in persona, visto che il tenore è da sempre un estimatore della più popolare invenzione di D’Ascanio: «Ne ho avute tante, di Vespa. Adoro questo pezzo di storia italiana su due ruote», raccontò mesi fa al Museo Piaggio, in veste di testimonial della fondazione Arpa, al fianco di un vespista d’eccezione, Giuseppe Cau, anche lui testimonial dell’organizzazione benefica guidata dal prof. Mosca. A partire dal pomeriggio della scorsa domenica, giorno del gran debutto di “Turandot”, e fino a tarda notte, quando gli acuti di Calaf e della sua algida (ma predisposta ad incendi d’amore) Principessa già si erano dispersi tra le argentee colline di Lajatico, 12 vespisti del Vespa Club Valdera hanno scortato i pullman che, con rapidi tragitti pieni di curve, portavano migliaia di spettatori dalle aree parcheggio dislocate nella piana fin su all’anfiteatro. «Felicissimi di essere qui. Per noi è un onore», raccontava il presidente del club David Pertici. «In molti punti la strada ha delle strettoie: noi facciamo da apripista, verificando che i mezzi in salita non incontrino al momento sbagliato quelli in discesa».

La mastodontica macchina organizzativa del Teatro del Silenzio ruota intorno a molti ingranaggi. Se gli artisti, lassù sul palco, in mezzo alle scenografie glamour, ai potenti impianti d’amplificazione, al bailamme di luci e costumi (quest’anno davvero splendidi), danno il loro meglio, tutt’intorno c’è un sacco di gente che s’impegna altrettanto, a partire dalla sicurezza fino alle gentili signorine che guidano gli intervenuti ai posti loro assegnati. Prendete ad esempio i ragazzi della Abf, la Andrea Bocelli Foundation, progetto - forse quello a cui il Maestro toscano, in assoluto, tiene di più - che pratica e divulga la solidarietà contro l’emarginazione, la povertà, la malattia. Giovanissimi (in pochi superano i vent’anni), preparatissimi (soprattutto sul versante lingue straniere: il pubblico internazionale di Bocelli lo richiede). Tutti con la divisa d’ordinanza: t-shirt blu scuro e scritte bianche, un abbinamento tonale che fa pendant con molti dei gadget della Fondazione. Dall’apertura dei cancelli fino al momento in cui la folla defluisce, loro spiegano, accolgono, distribuiscono materiali divulgativi, raccolgono fondi attraverso la vendita di gadget, usando l’arma del sorriso e della gentilezza per invogliare i fan a donare un contributo da utilizzare per scuole, ospedali, asili. I giovani familiari del tenore sono anche loro in prima linea nella gioiosa trincea della Abf. Tra le più instancabili c’è Rachele Bocelli, nipote di Andrea (figlia di suo fratello Alberto), graziosa e poliglotta. «Ah, ma se cercate una vera specialista multilingue dovete parlare con Isobelle», ci spiega Marta, 15 anni, cugina di Veronica Berti, moglie del cantante di Lajatico, anche lei qui, per il secondo anno di fila, tra gli “Abf boys” («Mi impegno al massimo per dare una mano. Ci si sente parte di qualcosa di importante»). La chiama. Ed eccola, Isobelle (sì, con la “o”) Coventry. Inglese, di Durham, capoluogo dell’omonima contea del nord est del Regno Unito. Occhi chiarissimi che sprizzano energia vivace. E gran parlantina. Ne ha ben donde: l’elenco degli idiomi che la fanciulla dai lunghi capelli mossi padroneggia è assai vasta. Oltre alla lingua madre, francese, spagnolo, italiano, tedesco, russo… e poi uno perde il conto, penna e taccuino si arrendono di fronte a un tale babelico elenco sparato a raffica - non è escluso ci fosse anche il portoghese, assieme a qualcos’altro. «I miei seguono Andrea Bocelli da anni», spiega leggiadra, «da anni vengono qui al Teatro del Silenzio. Sono diventati amici con la famiglia di Andrea, e visto che la mia passione è lo studio delle lingue, mi hanno “arruolato” nella Fondazione. Che per me è una gioia: di tutte quelle che pratico, quando son qui non ce n’è una che non utilizzi». Diciott’anni, da quattro partecipa alle attività della Abo. «Fare qualcosa per chi ha bisogno è per me indispensabile. Impegnarsi qui significa donare agli altri, ma anche a se stessi. La beneficenza torna sempre indietro».

Andrea Lanini

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