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Pontedera

«Io, Maria e il dolore per un figlio che muore»

«Io, Maria e il dolore per un figlio che muore»

Lina Sastri interpreta la madre di Gesù in Passio Hominis

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SAN MINIATO. Passione è una parola che ha doppia valenza: racchiude il dolore e l’amore insieme. “Passio Hominis”, messa in scena da Antonio Calenda per la Festa del teatro di San Miniato, racconta la passione di Cristo. Le sue ultime ore. Il ruolo di Maria, madre di Gesù, è affidato a Lina Sastri. Nel debutto di giovedì sera (si replica fino al 22 luglio), la sua interpretazione ha raccontato - con la forza delle parole, dei movimenti e dell’intensità dell’espressione - una madre alle prese con il dolore. «Quello della madre è un ruolo assoluto – dice l’attrice protagonista di questa nuova edizione di Passio Hominis – La madre di Dio, poi, è la madre di tutti. In questo caso Maria è la madre di un uomo chiamato Gesù. Un figlio che morirà».

È un ruolo difficile?

«La metrica del verso ha un suo significato. Il testo è particolare. Servono variazioni, piccole variazioni, la forza è nelle espressioni, sempre le stesse parole: così esprimiamo il dolore, la memoria. Non è un ruolo che prevede l’azione. L’unico sentimento lo si esprime con le parole».

Che rapporto ha con la spiritualità?

«Sono credente, da sempre. Credo sia un’esigenza dell’uomo rivolgersi anche a ciò che non vede».

È vero che prima di affrontare questo lavoro è stata a Medjugorie?

«Sì, ma per un’esigenza personale. Sentivo la necessità di visitare quel luogo: ho trovato tante persone. Una forte spiritualità che si avvertiva anche nell’aria».

Il ruolo di Maria che le ha affidato il regista Antonio Calenda, in precedenza era stato recitato da Elsa Merlini, Pupella Maggio, Piera Degli Esposti.

«Non è la prima volta che mi cimento nel ruolo di Maria, la madre di Gesù. Mi è capitato in passato. E, appena concluso l’impegno con Passio Hominis, sarò chiamata a vestire gli stessi panni, ma al cinema. Farò la Madonna nel film Le Nozze di Laura, che girerà Pupi Avati. Si tratta della parabola delle nozze di Cana».

Torniamo al debutto di giovedì sera. Soddisfatta?

«Mai. È nell’indole dell’attore. Ed è la bellezza di questo lavoro. Si cerca sempre di migliorare la propria esibizione. E poi era la prima volta davanti al pubblico».

Alla fine della rappresentazione, però, la gente ha applaudito a lungo: qual è la forza di questo lavoro?

«La messa in scena di Antonio Calenda è il giusto equilibrio tra la leggerezza e il peso della stessa storia. Pure la trovata scenica serve a questo: tutto è presente in scena, tutto è modernizzato. La storia di Cristo è narrata in un ipotetico dopoguerra, coi partigiani, una società di contadini poveri. Tutto questo rende efficace e alleggerisce la rappresentazione. La linea emotiva è data dal verso. Che in questo lavoro richiede melos, solfeggio».

Torna il tema della passione. E dei suoi significati.

«Passa attraverso il sofferire, il patire. La sofferenza porta conoscenza della vita».

Emilio Chiorazzo

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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