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Pontedera

Il fratello: «Tanti dubbi da chiarire»

Il fratello: «Tanti dubbi da chiarire»

Nelle cliniche elvetiche la “dolce morte” viene praticata a malati terminali. «A me lo avrebbe detto, sono sicuro»

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PONTEDERA. Si aspettava una telefonata dei cronisti, lo dice subito, tanto per mettere le cose in chiaro. «Che posso dire? Aspettiamo le indagini della Procura e della polizia. Anche noi vogliamo sapere...», ci risponde al telefono. Ieri il fratello dell’ingegnere di Pontedera che ha scelto di uccidersi in una clinica in Svizzera ha ricevuto molte telefonate da parte di amici e parenti. Il dramma che ha colpito questa famiglia ha colto di sorpresa i più. Certamente i familiari stretti ma anche amici e parenti.

«Mio fratello non era certo gravemente ammalato. Noi non sapevamo nulla. E se lo era non ne ha parlato con nessuno. Un giorno è sparito e da quel momento abbiamo cercato di capire. Ho provato tante volte a chiamarlo sul telefono ma era sempre spento. Poi la sua famiglia si è rivolta alla polizia. Abbiamo tanti dubbi ma dobbiamo aspettare quello che ci dirà la polizia». Dalle parole dell’uomo si capisce il senso di smarrimento di fronte alla tragedia. «Sinceramente sappiamo che in Svizzera è morto, che è successo qualcosa, ma non conosciamo nei dettagli come sono andate le cose. Ci siamo fatti un’idea, ovviamente. Dicono che il suicidio assistito viene praticato solo a persone gravemente malate e questo è proprio un punto da chiarire». L’uomo non può fare a meno di ricordare alcuni momenti vissuti con il fratello. Un uomo che aveva una certa cultura, dal carattere cordiale, molto preciso sul lavoro e in famiglia. Una persona scrupolosa. E proprio con queste caratteristiche, rigore e meticolosità, il pensionato sembra avere pianificato in ogni dettaglio la sua fine da questo mondo. Non era particolarmente religioso e questo atteggiamento laico potrebbe averlo avvicinato al testamento biologico e alla “dolce morte”, cioè al suicidio assistito per mano dei medici.

«Una cosa la voglio raccontare: un mese fa è morta mia moglie – racconta il fratello dell’ingegnere –, lui mi è stato vicino come non mai. È stato tre giorni sempre insieme a me. Non ho notato alcun atteggiamento particolare da parte di mio fratello. D’altra parte era una persona buona, che si prestava quando c’era da dare una mano. Se avesse avuto un problema di salute me lo avrebbe detto. Non capisco come in Svizzera abbiano potuto fare quello che hanno fatto. E credo che non lo capisca nemmeno la sua famiglia, anche se per questi aspetti è bene che parliate con loro».

La famiglia dell’ingegnere vuole conoscere la verità. Il figlio in particolare è stato molto collaborativo con la polizia nei primi momenti in cui il padre si era allontanato da casa. Ha fornito subito una serie di elementi utili a ricostruire il tormento del genitore, iniziato, evidentemente, da tempo. Da quando si era iscritto all’associazione Exit Italia, il cui scopo è abbastanza chiaro e cioè quello di battersi per il diritto a una morte dignitosa e di accompagnare a morire in esilio, cioè in Svizzera dove l’eutanasia è legale, malati terminali. Ma c’è chi vede in questa “migrazione della morte” anche interessi economici da comprendere meglio.(s.c.)

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