Il dolore
«La mia vita in Italia è ormai rovinata»
Le prime parole dal carcere di Pisa del marocchino ventiquattrenne arrestato a Ponsacco per istigazione al terrorismo
PONSACCO. «Sono rimasto sorpreso da questa vicenda, conosco Jalal e la sua famiglia da molti anni, ho letto l’ordinanza di custodia cautelare in carcere e aspetto di poter parlare con lui in carcere». Marco Meoli, avvocato di Pontedera, difende - potrebbe essere affiancato anche da un avvocato di Firenze – il giovane marocchino di Firenze Jalal El Hanaoui, 25 anni da compiere a settembre, arrestato a Ponsacco , dove risiede da 17 anni insieme alla famiglia, con l'accusa di istigare alla Jihad attraverso i suoi profili Facebook e altri gruppi social da lui direttamente gestiti su alcuni siti islamisti. Il giovane disoccupato in passato ha avuto precedenti per stupefacenti ma, come l’avvocato ha spiegato fin dall’inizio di questa storia, si tratta di fatti ampiamente superati e di lieve entità. «Ho visto le accuse, ma per saperne di più devo incontrarmi con lui», ha aggiunto il legale senza voler entrare nei dettagli della vicenda.
Nella giornata di ieri, poi, l’avvocato ha incontrato, per oltre un’ora, il marocchino arrestato e detenuto nel carcere di Pisa. E alla fine Meoli ha scelto, forse su richiesta del cliente, la strada del riserbo: «Né io né lui cerchiamo l'esposizione mediatica, d'ora in poi lasceremo parlare gli atti giudiziari», ha detto ai cronisti che lo hanno contattato per telefono.
A breve sarà fissato l'interrogatorio e la sensazione è che El Hanaoui si avvarrà della facoltà di non rispondere. Prima si vogliono conoscere gli atti in mano alla Procura di Firenze per difendersi dalle accuse colpo su colpo. Jalal, stando a quanto è emerso dopo il suo arresto, inizialmente avrebbe dimostrato di non capire le ragioni del blitz a casa sua, all’alba dell’altro giorno. Ma quando gli agenti gli hanno notificato il provvedimento di arresto il giovane avrebbe cambiato atteggiamento. L'unico momento di sconforto sarebbe stato quello manifestato durante le ore di detenzione agli agenti, ai quali ha detto: «Comunque vada a finire questo processo, la mia vita in Italia è stata rovinata». Ed è questo anche il pensiero dei genitori (il padre a Ponsacco è conosciuto e non ha mai avuto problemi) e del fratello minore oltre che della sorella.
Dall’altra parte gli inquirenti ritengono di aver messo insieme così tanti elementi sull’attività svolta dal giovane, che si vantava di essere sempre connesso al suo pc, da ritenere necessario per lui il carcere in quanto da casa potrebbe facilmente ripetere lo stesso reato. Abile come è a creare falsi profili, a utilizzare sistemi difficili da tracciare e quindi da intercettare.
Nessuno in famiglia in quest’ultimo anno, da quando Jalal ha intensificato l’attività di proselitismo, aveva fatto caso alle sue mutate abitudini. Al fatto che restava tutto il giorno chiuso in casa, nel quartiere popolare di via Quasimodo, assegnato ai genitori, sempre a chattare, sempre connesso con siti e gruppi collegati al fondamentalismo islamico.
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