Sicurezza
«Quella pistola su mio fratello»
Racconto choc: tutto assolutamente falso, noi contrari all’estremismo islamico
PONSACCO. Svegliarsi di soprassalto e vedere, ancora nel dormiveglia, l'ombra di una pistola puntata su suo fratello che dorme nel letto vicino al suo. Lo choc soffoca ogni parola e lo immobilizza sotto le coperte: prova ad urlare ma esce solo un filo di voce: “Jalal cosa sta succedendo”?. Non è un brutto sogno: in casa El Hanaoui una decina di poliziotti stanno rovistando dappertutto. «Hanno dato del fondamentalista a mio fratello, alla fine lo hanno portato via per accertamenti con lui tremante e scioccato, mia madre e mio padre che si sono sentiti male e io che ancora non mi rendo conto di quel che è successo», racconta ancora sconvolto Hamza El Hanaoui, fratello 22enne di Jalal, 24 anni nato a Souk Sebt in Marocco ma da 17 anni residente nel quartiere dei Poggini a Ponsacco, arrestato dalla polizia nell'ambito di un'attività di contrasto al terrorismo internazionale condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze.
Qui, al numero 51 di via Salvatore Quasimodo, nel palazzo popolare giallo a mattoncini rossi, il blitz degli inquirenti che dalle prime ore del mattino, getta nello sconforto la famiglia da anni residente nella città del mobile. Parlare con loro non è facile. Prima delle parole c'è il dramma di persone incensurate che si dicono vittime di un'ombra per loro inaccettabile, quella del terrorismo internazionale. C'è paura e vergogna. Dolore e imbarazzo. Il buon nome da onorare e il credo religioso che si macchia di estremismo.
«Noi abbiamo la coscienza a posto, noi siamo musulmani e l'estremismo è vietato dall'Islam, figuriamoci se mio fratello istiga all'odio e alla Jihad. Mia madre è svenuta sul divano, siamo tutti scioccati», si lascia andare restando barricato dietro la porta di casa, Hamza. La famiglia marocchina, infatti, è perfettamente integrata a Ponsacco: il padre che vive in città da circa 30 anni, lavora in magazzino alla ditta Bartolini di Lavoria, la mamma è casalinga e con loro vive anche un nipote piccolo.
Si chiude nelle “sue” quattro mura la famiglia. A mo' di fortino. Poi, il giovane 22enne fa un sospiro e scende: decide di metterci la faccia e di dire, a nome suo e dei suoi genitori, che suo fratello non ha niente a che fare «con quei criminali mercenari che ammazzano la gente», riferendosi ai fondamentalismi islamici.
Cappellino e pantaloncini alla Mickeal Jordan, capelli e occhi corvini con la barba incolta, Hamza apre la porta e fa le scale per parlare di quell'incursione totalmente inaspettata.
«Hanno portato via tre cellulari, uno è il mio, l'altro di mia madre e l'altro di mia nipote: il telefonino di mio fratello è a riparare, quindi gli inquirenti neppure ce l'hanno», spiega. Il 22enne, che ha studiato al professionale di Pontedera e da allora non è mai riuscito a trovare un lavoro fisso, racconta di loro come «figli dell'Islam buono», come lo chiama lui. «Mio fratello da circa un anno gestisce due pagine Facebook, una si chiama “Un invito all'Islam” e l'altra “L'Islam e il sublime Corano”: dentro ci sono detti del profeta, versetti del Corano, come accade per i siti legati alla Bibbia. Non c'è niente di male e nessun riferimento a propagande all'odio e al terrorismo». I fotogrammi del blitz mattutino sono nitidi. «Gli inquirenti hanno detto a mio fratello che lo portavamo via per accertamenti rispetto a queste pagine Facebook, anche Jalal era incredulo – sottolinea –. Come si fa a pensare a lui come a un terrorista? Fino a pochi anni fa sia io che lui giravamo per discoteche, bevevamo, insomma una vita normale da ragazzi della nostra età». Anche Hazma El Hanaoui ammette che da un anno a questa parte la loro vita “sociale” era un po' cambiata. «Diciamo che siamo maturati e abbiamo cominciato ad essere più osservanti dell'Islam, preghiamo, facciamo il Ramadan, non beviamo più. Voglio sottolineare che preghiamo a casa senza andare nelle moschee dei paraggi: non vogliamo pregare il nostro Dio in un ex garage o un ex magazzino». I due fratelli da adolescenti giocavano a calcio nella Bellaria. Poi le serate con gli amici, il sabato a ballare. «Siamo persone normalissime, non siamo mai usciti con i nostri connazionali e i nostri migliori amici sono italiani». Jalal e Hazma hanno un progetto comune. Quello di andare in un paese del Nord Europa, probabilmente la penisola scandinava, in cerca di un lavoro sicuro. «Parlavamo tutti i giorni di questo progetto, niente a che vedere con l’istigazione all’odio. Tutto quello che è stato detto è falso e mio fratello lo dimostrerà attraverso l’avvocato Meoli».
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