Sicurezza
Il palazzo a tre piani deve... traslocare
Castelfranco: lo stabilisce una sentenza del tribunale di Pisa che chiede di arretrarlo di dieci metri. Un lungo contenzioso ancora aperto
CASTELFRANCO DI SOTTO. Il piano di recupero di un vecchio calzaturificio dismesso e abbattuto per fare posto, in via Matteotti, ad un palazzo di tre piani con nove appartamenti, ormai da sette anni è al centro di una battaglia legale. Oggi una sentenza del tribunale di Pisa mette un punto fermo nella vicenda e condanna il costruttore, Re. Co. Edilizia srl, ad arretrare (proprio così…) di dieci metri il palazzo. Sì, in teoria, quei nove appartamenti che potrebbero valere 130mila euro ciascuno, dovrebbero traslocare come si potrebbe fare con le costruzioni Lego.
I proprietari del piano terra e del primo piano di un più ampio e storico edificio confinante con il vecchio calzaturificio, assistiti dall’avvocato Giancarlo Altavilla di Pisa, fin dall’apertura del cantiere e già prima, cioè da quando avevano saputo delle concessioni rilasciate dal Comune di Castelfranco, hanno cercato di fermare l’avanzamento dei lavori in quanto il nuovo fabbricato è stato realizzato sul muro di fabbrica del vecchio opificio. La sopraelevazione sarebbe stata attuata violando le norme che disciplinano le distanze tra edifici ed anche quelle prescritte per le vedute dagli immobili vicini che sono stati “rinchiusi” dal nuovo palazzo. Per evitare questo i confinanti nel 2008 erano riusciti con un procedimento d’urgenza e la perizia di un consulente tecnico d’ufficio a fare sospendere i lavori. In tutta questa storia il Comune però non ha ascoltato le censure dei vicini, come risulta dalla sentenza, ma ha abbracciato la bontà della costruenda opera, sostenendo anche la correttezza del proprio operato attraverso un parere legale, chiesto allo studio Legale Gracili di Firenze, e tutto questo con soldi pubblici.
La società costruttrice però ha resistito in giudizio e nella fase di merito ha chiamato in contraddittorio, sempre per difendere la legittimità del proprio operato, anche la proprietaria dell’area su cui è stato realizzato l’intervento, gli eredi del progettista e i professionisti che hanno predisposto il piano di recupero a loro commissionato dalla venditrice. Mentre il direttore dei lavori è stato chiamato in causa dagli eredi del progettista stesso.
Durante il processo civile un nuovo Ctu, dopo avere interpellato i tecnici del Comune di Castelfranco che hanno dato un’interpretazione della normativa che poi si è rivelata non corretta, aveva dato torto ai ricorrenti, cioè ai proprietari dell’abitazione confinante con il calzaturificio. Motivo questo alla base della revoca della precedente ordinanza di sospensione dei lavori, anche se il cantiere non ha mai ripreso la propria attività.
Dalla sentenza risulta che i lavori non dovevano essere autorizzati dal Comune, che invece non solo li ha consentiti ma non ha inteso di correggere i propri atti nonostante le diffide degli interessati.
«La giustizia è lenta, si sa; ma se il Comune avesse fatto quanto era suo dovere, nella qualità, di regolatore dell'attività edilizia, oggi non si discuterebbe del l'obbligo della ReCo di demolire l'immobile di Via Matteotti, che, lo dice la sentenza, offende il centro storico di Castelfranco, prima che i diritti dei confinanti», fanno notare i cittadini che hanno incassato la sentenza a loro favorevole. Secondo il giudice Leonardo Magnesa del tribunale di Pisa, infatti, l’equivoco di fondo nella vicenda nasce dalla “forzata o strumentale assimilazione ad un piano di recupero di un vecchio capannone posto in zona A”, cioè nel centro storico, quando invece “si tratta di una nuova costruzione e non già di una mera ristrutturazione o di un recupero edilizio”.
Quello che è stato costruito è un’opera del tutto diversa soprattutto in relazione “alla maggiore volumetria e alla più che apprezzabile elevazione rispetto alla pregressa demolita struttura”. Di conseguenza, osserva il giudice, il nuovo palazzo non rispetta le distanze minime di 10 metri tra gli edifici. La sentenza, come spesso succede, arriva con anni di ritardo rispetto all’inizio della causa. Il palazzo è stato quasi completato, mancano solo porte e finestre e pochi altri dettagli. In questi anni ogni soluzione bonaria tra le parti è naufragata e l’intromissione del Comune in una questione che era strettamente tra privati ha finito per complicare ulteriormente la storia.
Il giudice dispone non solo di arretrare l’immobile, cosa peraltro difficile e molto costosa da realizzare. E condanna l’azienda costruttrice a risarcire il dante causa nonché i ricorrenti oltre che al pagamento delle spese legali. Un grosso problema per il Comune e per la stessa azienda costruttrice che rischia di rimetterci un milione di euro. «Doveva essere il Comune ad accertare che in Via Matteotti si voleva realizzare non una ristrutturazione dell'opificio esistente, ma una nuova costruzione, un nuovo palazzo – fanno notate ancora i cittadini - E gli uffici comunali dovevano sapere e obiettare che nel centro storico non si possono realizzare opere ex novo, ma solo ristrutturare quelle esistenti. Se tutto questo fosse stato compiuto, si sarebbe evitato un processo e, soprattutto, le conseguenze grevi della sentenza con cui esso si è concluso».
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