Il Tirreno

Pontedera

Il mondo cade addosso a quasi 200 famiglie

di Rino Bucci
Il mondo cade addosso a quasi 200 famiglie

La chiusura dello stabilimento di Saline avrebbe ripercussioni devastanti sull’intero territorio. «Con la Schlumberger non siamo mai stati tranquilli»

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VOLTERRA. Mentre prova a descrivere il suo stato d’animo gli scende una lacrima. Sua figlia, che ha quattro anni, si avvicina e gli chiede cosa abbia. Alessio Ticciati, operaio Smith da oltre venti anni, risponde che sta bene, che era solo un colpo di tosse. E continua a raccontare. I venti di chiusura che soffiano sulla Smith Bits di Saline hanno avuto un effetto devastante tra le quattro mura dei 193 dipendenti che si alternano nello stabilimento di Saline e di chi lavora nell’indotto. In tutta la frazione ai piedi di Volterra e al Dopolavoro, vero e proprio punto d’approdo dei lavoratori, le facce sono tirate e si respira un’aria di piombo. Perché nello spazio di un pomeriggio è stata cancellata, o perlomeno si è sbiadita, l’immagine del monolite, di quello stabilimento da sempre in via Traversa e che negli ultimi cinquant’anni aveva rappresentato una sicurezza per le famiglie dell’Alta Valdicecina (ma anche della Val di Cornia).

I dipendenti. Chi come Alessio Ticciati si ritrova a descrivere ad un giornalista il proprio stato d’animo dopo l’annuncio choc dei sindacati deve fare i conti anche col pensiero di reinventarsi una vita lavorativa alla soglia dei cinquant’anni. «Che devo dire? Ho 46 anni, sono da 22 anni dipendente della Smith e ora nel giro di ventiquattro ore sono in mobilità, con una moglie e due figlie a carico, il mutuo della casa. Mi è caduto il mondo addosso. La nostra è sempre stata un’azienda sana con indici sempre positivi. Abbiamo attraversato anche in passato crisi di mercato ma sono sempre state superate fino a quando è subentrata la Schumbergel, nel 2009, una multinazionale con circa duecentomila dipendenti in tutto il mondo. Da quel momento non siamo stati più tranquilli, solo i numeri contano, le persone sono solo carne da macello, i rapporti umani sono decaduti. Sappiamo com'è difficile trovare un lavoro, soprattutto per una persona di mezza età. Questa battaglia sarà durissima». Al di là degli annunci, delle riunioni e dei proclami sono le storie che raccontano, la carne viva di chi un giorno vide nell’assunzione alla Smith un punto di svolta. «Sono entrato in azienda nel febbraio del ’91 – racconta Alessandro Bucalossi – avevo un posto fisso ma decisi lo stesso di accettare un impiego per un anno in Smith: sapevo che era un lavoro sicuro. Dopo poco venni assunto a tempo indeterminato. Arrivai dopo la grande crisi del 1986, anche se a giudicare dagli ultimi sviluppi la più grande crisi sarà quella che stiamo vivendo oggi e chissà se ne usciremo. Avevo un figlio di un anno ma sapevo che ce l’avrei fatta. Invece, oggi mi ritrovo a 48 anni con metà della vita passata nello stabilimento di Saline e nessuna certezza. Anzi, ne ho tre: alla pensione mancano ancora una decina di anni, una persona della mia età difficilmente viene assunta e devo pagare gli alimenti. Non sarà facile, siamo in un domino che sta buttando a terra tutto il territorio». E in questa partita l’attenzione delle istituzioni e dei lavoratori si concentrano anche sulle sorti dell’ex Salina di Stato.

Indotto. La riprova che la chiusura della Smith avvierebbe una crisi a cascata per l’Alta e la Bassa Valdicecina è lo stato d’ansia che vive l’indotto. Lo si capisce bene dalle parole di Leonardo Burchianti, un ragazzo di 25 anni che nonostante una laurea in tasca conseguita l’anno scorso ha scelto, per esigenze personali, di lavorare nella ditta di autotrasporti del padre. «Una società che per l’80 per cento lavora grazie a Smith – racconta Leonardo – in pratica ci occupiamo di trasportare con i camion gli scalpelli realizzati a Saline. Li portiamo ai tornitori oppure direttamente all’aeroporto dove prendono il volo. Se la Smith dovesse chiudere il contraccolpo per la mia famiglia sarebbe durissimo, fatale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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