Il dolore
«Mancano progettatori e rinunciamo agli ordini»
Lo sfogo di un imprenditore di Bientina in un incontro con gli studenti dell’Iti «Serve collaborazione tra scuole e imprese». L’esperienza di Matteo e Lorenzo
BIENTINA. Rinunciare a tre milioni di euro all'anno perché non si trova il personale adatto a far crescere l'azienda e a seguire un mercato che, invece, offrirebbe grandi margini di sviluppo.
È la storia della Vibrotech, l'azienda di Bientina che lavora per multinazionali progettando sistemi di orientamento dei componenti per produzioni automatizzate industriali.
«Prendiamo il tappo di una siringa. Ecco, questo deve essere montato all'interno di un sistema produttivo automatizzato sulla stessa siringa. E noi creiamo macchinari per orientare tutti i tappi nella stessa direzione affinché vengano montati perfettamente dai robot all'interno di una linea di produzione», spiega Giuseppe Trotta, uno dei titolari dell'azienda, facendo un esempio di ciò che si realizza all'interno della fabbrica bientinese.
Trotta era all'Iti Marconi di Pontedera nell’ultima giornata di iniziative, per un incontro con gli studenti nell'ambito della manifestazione Happy Hour, insieme a un suo dipendente, Marco Bellagotti, 20 anni di Fabbrica di Peccioli, che ha frequentato proprio questa scuola.
«Non abbiamo un settore di riferimento specifico – dice l'imprenditore – ed è per questo che, in teoria, non abbiamo limiti. I nostri concorrenti sono sparsi nel mondo e, nella peggiore delle ipotesi, hanno 150 dipendenti. Noi, invece, ne abbiamo solo 20 e avremmo bisogno di aumentarne il numero. Abbiamo un fatturato da tre milioni di euro, ma rinunciamo ad altrettanti ogni anno proprio perché siamo costretti a rinunciare a commesse perché non ce la faremmo. Un anno fa dall'Iti Marconi abbiamo preso Matteo Bellagotti e Lorenzo Baronti che stanno diventando autonomi nel loro lavoro di progettatori proprio in questo periodo. E proprio ora sarebbe il momento di inserirne altri due per avviarli alla professione e continuare così ogni anno fino a riuscire a gestire tutti i lavori che, tra l'altro, troviamo senza avere un ufficio commerciale».
Si tratterebbe di contratti di apprendistato che verrebbero sostituiti da assunzioni a tempo indeterminato.
«Vorremmo che i ragazzi crescessero con noi, dopo aver appreso lo spirito e gli obiettivi della nostra azienda – riprende Trotta –. Alla fine dell'anno scolastico vedremo la lista dei diplomati e faremo le nostre valutazioni. Certo è che in passato abbiamo avuto seri problemi a trovare i ragazzi giusti. Dall'Iti gli studenti escono con le nozioni giuste e ci stiamo trovando bene. Ma abbiamo visto molti giovani che non avevano gli stimoli adatti a un tipo di lavoro come il nostro, in cui bisogna credere in ciò che facciamo».
Parole che richiamano quelle di Alessandra Fierabracci, ricercatrice al Bambin Gesù di Roma, dopo aver inventato un kit per predire il diabete e nove anni tra Londra e Pitsburgh.
«Non credo che sarei arrivata a un ruolo importante come quello che occupo adesso se fossi rimasta in Italia – dice la ricercatrice Alessandra Fierabracci – ma i ragazzi devono capire che con lavoro, abnegazione e credendo fortemente in ciò che si fa si può raggiungere ogni tipo di risultato. E la scuola, in questo aspetto, è fondamentale».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
