Il Tirreno

Pontedera

Il lavoro di Francesco? Addestra al vino il palato degli americani

di Leonardo Dell’Aiuto
Il lavoro di Francesco? Addestra al vino il palato degli americani

Il turismo enogastronomico riveste sempre più importanza anche nei paesi della Valdicecina Grazie al volterrano Gronchi i turisti Usa “imparano a bere” con lezioni di teoria e pratica

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VOLTERRA. Dai freddi polari del Wisconsis, dal New England oppure dal cuore newyorkese di Manhattan. Arrivano un po’ da tutti gli angoli statunitensi sul colle etrusco per vedere la città e “studiare vino”. Prima la teoria e poi la pratica, con degustazioni in cantina nelle più prestigiose tenute della Toscana. E il “professore” che insegna a maxi gruppi di americani i segreti del nettare di Bacco è il volterrano Francesco Gronchi.

«Alla fine della lezione – spiega Gronchi – dico sempre di bere ciò che piace con il cibo che si preferisce, difficilmente non sarai soddisfatto. Ma per favore mai Brunello con le bistecche o il Chianti con la pasta al pomodoro... Miti da sfatare», ci scherza su il 44enne sommelier Fisar e dal 2015 consulente di Slow Wine per Slow Food. Insieme alla moglie statunitense Annie Adair, si occupa di turismo americano: lei cura la parte culturale, lui quella enogastronomica. Un vero e proprio ponte anche turistico ed economico che collega la Toscana agli States.

«Quando ho iniziato questa attività – racconta Gronchi – ne ero un po’ spaventato. Il corso da sommelier mi aveva dato delle basi forti, ma come tutti i lavori, finché non passi dalla teoria alla pratica, non puoi affermare di essere un buon presentatore e assaggiatore di vini».

Insegnare agli americani a bere “is not an easy job“, dicono loro. Ovvero non è un gioco da ragazzi. «Il mio approccio con il pubblico americano si basa su due fattori essenziali: il primo è quello di spiegare la storia millenaria del vino, che si può far risalire alla zona dell’Armenia, ai piedi del monte Ararat. Spiegare tutto ciò ad una popolazione che si è avvicinata al vino da pochi decenni non è fra le cose più semplici. Parto dicendo che per i toscani, gli italiani ed anche in parte per gli europei il vino non è solamente un drink, bensì parte integrante dei nostri pasti. Questo da sempre. Affronto il fatto che il vino è legato non solo ai momenti di convivialità, ma anche a simbologie religiose e molto spesso questo contrasta con l’idea un po’ snobistica dei wine club che adesso vanno tanto di moda oltreoceano. In poche parole, la scopo è quello di evidenziare le grandi differenze di approccio sociale, conviviale e storico che esistono tra “noi e loro”».

Dalla teoria alla pratica. Tra degustazioni in cantina e lezione di abbinamenti tra vini e cibi i palati d’oltreoceano si entusiasmano. «I vini che più apprezzano sono il Brunello e i Supertuscans bolgheresi», continua il prof di Bacco indaffarato ad organizzare il gruppo in visita nel weekend. Sgorga un aneddoto: «A volte mi sento dire “Il vostro Brunello é buono, ma quello che facciamo in California é meglio”. Comunque per loro gli abbinamenti sono proprio degli illustri sconosciuti».

La degustazione si fa in luoghi a cinque stelle nel Chianti, soprattutto a Panzano e Gaiole e a Montalcino, spesso alla prestigiosa fattoria-laboratorio de “La Fiorita” di Roberto Cipresso, uno dei più affermati winemaker del panorama nazionale e internazionale.

«Di fronte a questa logica diversa di approccio al vino – continua l’esperto – il pubblico statunitense si trova inizialmente spiazzato. Quando vengono effettuati gli assaggi in cantina, spesso direttamente dalle botti, insieme al winemaker che li trascina in un viaggio di sentori e gusti fino ad allora ignorati, la reazione più comune è quella di persone pienamente soddisfatte, sicuramente per aver acquisito non solo sapori ma anche saperi».

Scattano domande a raffica per Gronchi dagli aspiranti sommelier a stelle e strisce. «Di solito faccio lezione a persone tra i 40 e i 60 anni. Le domande più frequenti riguardano l'utilizzo di solfiti, demonizzati dal pubblico Usa, e gli abbinamenti. Le difficoltà maggiori sono relative al vino che loro conoscono, molto corposo, iperestratto, con lunghi invecchiamenti in barriques».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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