Sicurezza
“Made in Valdera” le borse che stregano la Corea del Sud
La “Buti pelletteria” stringe super accordo con un importatore dell’Oriente La svolta proprio nel momento d’inizio della crisi economica internazionale
PONTEDERA. Da Cascine di Buti a Seul per conquistare uno dei mercati emergenti più forti del momento in fatto di beni di lusso. Una storia che non parla di griffe, brillantini e paillette, ma di lavoro, programmazione, perseveranza e tantissima qualità.
È quella della “Buti pelletteria”, che ha stretto un accordo con un grosso importatore sud coreano per la fornitura di borse da donna, al costo di dettaglio tra i 400 e i 1.200 euro, destinate alle boutique di tutto il Paese asiatico. «È stato un lavoro lungo quasi due anni – racconta Amerigo Buti, titolare della ditta e presidente di Ferdermoda provinciale di Cna – che ha richiesto miglioramenti continui. Ma che alla fine siamo riusciti a concludere».
Dai cesti al lusso. I dettagli dell’operazione, per adesso, restano da definire. Ma l’imprenditore spiega che in Corea del Sud invia tra le duemila e le 2.500 borse all’anno, delle 10mila complessive prodotte. «E l’obiettivo è quello di consolidare e di incrementare questo dato», spiega Buti, che racconta l’iter che è stato necessario per giungere alla fine dell’affare. «In Corea siamo presenti da tempo – dice ancora il titolare della “Buti pelletteria”, nata nel 1958 dal padre di Amerigo che creava i cesti intrecciando i filamenti di castagno per poi passare alle borse qualche anno dopo – ma poi siamo entrati in contatto con la “E-trade” di Ki Hang con cui abbiamo cominciato a intavolare la discussione per una fornitura continuativa. Emissari della società sono venuti in Toscana per vedere la qualità dei nostri prodotti, sono voluti andare al nostro negozio di Firenze, dove poi sono tornati praticamente in incognita un po’ di tempo dopo, per valutare se il livello era sempre lo stesso. Durante gli ultimi due anni siamo intervenuti sui nostri processi di produzione per aumentare la qualità, proprio per rispondere alle loro esigenze. E alla fine abbiamo ricevuto l’ok». Un filone di produzione che si unisce a Paesi come Giappone, Francia, Belgio, Svizzera, Germania e Stati Uniti in cui finisce il 70% delle borse realizzate nella fabbrica di Cascine di Buti, dove lavorano 17 persone. «È chiaro che se la produzione dovesse aumentare in maniera significativa dovremo assumere altro personale – aggiunge lo stesso Buti – ma solo se trovassimo addetti super specializzati».
La svolta in piena crisi. Una vicenda illuminante per molte altre realtà che provano a stare in piedi con le proprie gambe. E che ha avuto la sua svolta proprio nel momento dell’inizio della crisi economica. «Fino al 2007 facevamo essenzialmente “private label” – dice ancora l’imprenditore –. In pratica l’attività di ricevere commesse da grossi negozi prettamente statunitensi per prodotti esclusivi. La svalutazione del dollaro ci ha messi, di fatto, fuori mercato, facendoci ritrovare a un bivio. O cessare l’attività o rilanciarci, convinti che la strada di lavorare per le griffe ci avrebbe fatto morire. Così, nel 2008, in piena crisi finanziaria, abbiamo aperto il negozio monomarca di Firenze, sul Lungarno Acciaiuoli, e abbiamo avuto subito la svolta. Ci siamo fatti conoscere dalla clientela straniera che poi ci ricercava anche nei loro Paesi. Successivamente abbiamo aperto il negozio di Knokke-Heist in Belgio e rafforzato la produzione del nostro marchio. E da quando è toccato all’euro essere deprezzato le cose sono andate ancora meglio. L’economia è fatta di cicli e siamo convinti che adesso è il nostro momento».
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