Il Tirreno

Pontedera

Le lapidi del Duomo, le piccole storie delle 55 vittime per capire

di ANDREA MANCINI*
Le lapidi del Duomo, le piccole storie delle 55 vittime per capire

Dal film dei Fratelli Taviani alla decisione del sindaco Gabbanini, fino alla lite: quelle due verità che dividono da sempre

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SAN MINIATO. Doveva probabilmente finire così, con quello che assomiglia ad un atto di forza, la storia delle lapidi sulla facciata del Comune di San Miniato. Per scriverne la storia occorrerebbe forse dar voce ai molti che morirono e soprattutto ai moltissimi che si salvarono da quel tragico eccidio: 55 persone, accertate, anche se forse altri si persero tra i corpi ammassati nelle fosse aperte nel giardino della Misericordia, dove d’estate si fa cinema e teatro, senza sapere che per molti mesi sotto quella terra furono ospitati i resti dei morti del Duomo, davanti ad una grande croce, che in qualche magazzino esiste ancora.

La vicenda della strage del 22 luglio 1944 ha occupato almeno quattro commissioni di inchiesta (le prime due americane), le altre italiane, una all’indomani della strage, un’altra in anni più recenti, nel 2007, all’indomani dell’apertura degli archivi militari americani. Ma chi dettò e inaugurò le due lapidi: nomi importanti nella storia della nostra Repubblica, nomi come quello di Luigi Russo che scrisse la prima lapide, affissa nel decennale nel 1954, quello di Ferruccio Parri, del Partito d’Azione, che la inaugurò o di Oscar Luigi Scalfaro, che scrisse invece la seconda, nel 2007, affissa accanto alla prima a rappresentare un dilemma storico fin troppo chiaro per i sanminiatesi, forse meno per i molti ospiti che, soprattutto in certi momenti dell’anno, affollano la città. Ma che cosa è davvero successo? Perché al gesto di rimozione del sindaco Vittorio Gabbanini hanno risposto la voce alterata e gli improperi di Renzo Ulivieri, che tra l’altro in Duomo c’era, sebbene giovanissimo? Quello che successe non sta a noi scriverlo, ci sono stati decine di studiosi, giornalisti, laici e prelati, magistrati e uomini di strada, lasciamo a loro il dibattito. Vorremmo semplicemente dire che il 22 luglio 1944 una folla di persone fu costretta, armi spianate, a riunirsi in Duomo. L’Italia era stata invasa dai tedeschi, che erano in rotta, ma comandavano ancora, spesso con violenza e arroganza, sulla popolazione. Poche ore dopo le mura del Duomo crollarono su queste persone, uccidendone 55 e ferendone altre, che si sparsero negli ospedali, anche in altri luoghi della città. Nessuno ha mai davvero raccolto queste piccole storie che aiuterebbero a capire di più ciò che è successo subito e anche ciò che è successo dopo.

C’è, lo si sa, anche un film di Paolo e Vittorio Taviani, premiato con la Palma d’Oro a Cannes, intitolato “La notte di San Lorenzo”, che parte proprio da queste storie, raccontandole quasi come se fossero favole: una mamma, all’inizio tiene suo figlio in braccio e gli racconta la storia del bene e del male, narra in modo fantastico la vicenda della vita e della morte. I due registi sanminiatesi hanno scelto l’unico modo che pareva loro possibile per raccontare i tragici fatti, dire chi erano i cattivi e chi erano i buoni, al di là di chi avesse avuto la “responsabilità” storica di una bomba o di un crollo. Del resto noi inviteremmo chiunque a dirci chi ha distrutto cosa, a Pisa, a Livorno, a Pontedera, a San Miniato. Credo che la maggioranza assoluta delle risposte sarebbero casuali e spesso sbagliate. Che cosa voglio dire? Che fin dall’inizio questa vicenda ha avuto momenti poco chiari e fin dall’inizio ci sono state strumentalizzazioni politiche, che hanno allontanato da quella che poteva essere una tragica, ma in fondo molto semplice vicenda di guerra, dove i primi a subire le conseguenze più terribili e immotivate sono civili inermi. Nel film dei Taviani c’è la scena suggestiva, di un’altra giovane madre che esce dal Duomo, tenendo in braccio la figlia morta, la donna respinge il vescovo, che offre la sua disperazione caritatevole.

La lettura che in molti hanno voluto dare di questa scena è quella di una presa di distanza dall’atteggiamento della chiesa, con qualcuno che ha sempre voluto accusare le massime cariche ecclesiastiche di partecipazione alle scelte omicide dell’esercito nazista, ma non è così, la madre sceglie di prendere tutta su di sé la morte della figlia, non vuole ingerenze, il vescovo, che a noi pare sinceramente disperato, è lasciato solo. Non si può scrivere oggi: “Smentito il film dei Taviani!”. Ma qual era la tesi di questo film? E qual è la tesi di chi è favore di una prima lapide che condannava i tedeschi (ma che in realtà all’inizio “condannava” anche gli americani invasori, alcune righe furono fatte cancellare dalla prefettura), o della seconda che stigmatizza il comportamento degli alleati? Qual era la tesi della vecchia giunta comunale, che ha deciso di tenerle tutte e due.

O quella di Gabbanini, che invece le ha tolte entrambe, promettendo una memoria a posteriori? La storia continua e noi continuiamo a comportarci come se non fosse mai successo niente, con quella arroganza che oggi va di moda e che a volte fa rima con ignoranza.

*Attore, regista e scrittore

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