Gioco
Ponsacco, decine di assunzioni dal nuovo business delle botti in cocciopesto
Decollano al “Vinitaly” le creazioni della “Drunk Turtle” richieste da tutto il mondo. Si cerca un capannone più grande
PONSACCO. Impara l’arte e mettila da parte. È la massima che il designer ponsacchino Moreno Chiarugi ha sempre tenuto stampata in testa, sapendo che prima o poi gli sarebbe tornata utile. Così, in piena crisi del suo settore, l’edilizia, si è buttato in una nuova avventura, la realizzazione di botti in “cocciopesto”, ricevendo centinaia di richieste da aziende vinicole dopo la presentazione alla recente edizione del Vinitaly a Verona.
E nell’immediato futuro ci sono l’acquisizione di un nuovo capannone a Perignano, oltre all’assunzione di decine di persone per l’avvio della produzione. «Avrei firmato per il 10% di ciò che siamo riusciti a fare al Vinitaly», spiega Chiarugi, che tratteggia i contorni di un’operazione cominciata quasi per caso. «Qualche anno fa ho curato la ristrutturazione di un albergo degli Antinori a Marina di Castagneto – racconta Chiarugi –. Poi, la stessa azienda mi ha commissionato lo studio e la realizzazione di una botte in cemento, vista la tendenza mondiale nel mondo del vino di prodotti più morbidi, dati proprio dal cemento, a causa dell’aumento di consumo di vino da parte delle donne che preferiscono vini, appunto, più morbidi».
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Ma Chiarugi, conoscendo la composizione del cemento opta per una soluzione diversa. «So che il cemento è un materiale sporco, composto da scarti di lavorazione che non ritenevo adatto alla produzione di vino – riprende –. Così ho ripensato a un lavoro fatto con Massimo Ricci, un professore della facoltà di architettura di Firenze, sul recupero di materiali storici. In quell’esperienza parlammo anche del cocciopesto, derivante dagli scarti delle pietre utilizzate dai romani per costruire le loro strade. Con il cocciopesto, prima fecero strade secondarie, poi acquedotti e infine oggetti come vasche e le stesse botti per il vino. Memore di quelle nozioni l’ho utilizzato per le nostre botti andando al Vinitaly senza tante aspettative».
Invece, la storia della Drunk Turtle, il nome dell’azienda, è esplosa fin da subito. «Abbiamo ricevuto subito grandi manifestazioni d’interesse – prosegue Chiarugi che, per questa avventura è in società con Duccio Brini, avvocato in pensione, ma proprietario di una tenuta vinicola a Montepulciano, e Mario Poggianti, che è un rivenditore all’ingrosso di elettrodomestici in Toscana –. Tantissime aziende vinicole, importatori per l’estero, i responsabili di Vinitaly che ci hanno fatto i complimenti. Addirittura esponenti delle università di Pisa e Verona ci hanno dato la loro disponibilità per sviluppare il progetto e rappresentanti di banche, che hanno sede in provincia di Pisa, ci hanno dato assicurazioni di sostegno».
Nei giorni della manifestazione sono arrivate richieste per 300 prodotti per l’Italia e tantissime per l’estero. «Un importatore per la Francia ci ha proposto un contratto di fornitura da 50 articoli all’anno – sottolinea ancora il designer – e ogni giorno crescono, compreso un forte interesse dal Sud Africa».
Al momento il progetto si articola in due prodotti: uno da mille litri e uno da 1.700. Quello da mille in cemento costa 4mila euro, in cocciopesto, invece, 6mila. Per realizzare la produzione è in corso l’operazione per giungere al brevetto di una stampa in vetroresina e fibre di carbonio. Al momento l’azienda è in piena organizzazione. «Stiamo cercando – conclude Chiarugi – un capannone più grande di quello attuale e stiamo valutando quante persone assumere, anche se credo che avremo bisogno di alcune decine di lavoratori».
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