Il Tirreno

Pontedera

Sindrome da cuore infranto dopo la morte del figlio

Cristiano Marcacci
Francesco Vezzani, il trentottenne sub di San Miniato annregato il 23 febbraio 2012
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Francesco Vezzani, il trentottenne sub di San Miniato annregato il 23 febbraio 2012

Francesco Vezzani, sub 38enne di San Miniato, annegò mentre lavorava.Sua madre non si è più ripresa, colpita dalla rara malattia del troppo dolore. Sotto accusa in tribunale, per omicidio colposo, c'è un imprenditore di Forte dei Marmi

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SAN MINIATO. Da quel maledetto giorno non si è più ripresa. Da quando le dissero che il suo Francesco non c’era più e che da quella mattinata di lavoro sott’acqua non sarebbe più tornato, vive come sospesa in aria e ogni alito di vento la fa cadere.

In questi anni Giovanna Luciana, la madre di Francesco Vezzani, il trentottenne sub di San Miniato che il 23 febbraio 2012 annegò nel mare di Punta Righini (davanti a Castiglioncello) mentre stava eseguendo un lavoro di manutenzione a un ondametro, è stata ricoverata numerose volte. La prima il giorno del funerale del figlio, quando fu colpita da un’ischemia. Giovedì 5 marzo, giorno del processo in tribunale a Livorno, vuole essere al fianco di suo marito Amadeo, ma per lei non sarà facile («Spesso – ci dice – mi vengono delle sincopi e c’è bisogno che mi portino al pronto soccorso»).

Tra le carte presenti nel corposo fascicolo giudiziario c’è infatti anche la perizia medico-legale eseguita sulla donna. Giovanna soffre di una malattia rarissima, che affligge una persona su 36.000. Si tratta della “sindrome tako-tsubo”, o del cuore infranto. «In sostanza – ci spiega l’avvocato Sergio Martelli (con studio a San Romano di Montopoli Valdarno), il legale della famiglia Vezzani – è una disfunzione del ventricolo destro causata dagli eccessivi dolore e stress accumulati nel tempo».

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Un motivo in più, per babbo Amadeo e mamma Giovanni, per essersi costituiti parte civile al processo per la morte di Francesco. Domattina è appunto in programma la prosecuzione dell’udienza preliminare e ci sarà con ogni probabilità la sentenza, dal momento che la difesa dell’unico imputato ha chiesto e ottenuto il giudizio abbreviato, cioè quello allo stato degli atti, senza assunzione di prove e senza ascoltare alcun testimone. Sotto accusa per omicidio colposo è Michele Grassi, originario di Milano e residente a Forte dei Marmi, legale rappresentante della “40 South Energy”, l’azienda inglese con sede anche a Pisa per la quale lavorava il sub sanminiatese.

Per i genitori di Francesco Vezzani l’eventuale risarcimento del danno subìto è secondario. Avrebbero voluto che in un’aula di giustizia fosse stato ricostruito l’incidente sul lavoro di quella mattina e che fossero emerse chiaramente le responsabilità. «Sulla base delle perizie eseguite dal consulente della procura – afferma l’avvocato Martelli – è stato infatti appurato che la maschera facciale in dotazione al Vezzani non era perfettamente funzionante, in quanto già a venti metri di profondità nel respiratore si era registrato un accumulo anomalo di anidride carbonica, pari a 25,94 millibar, superiore cioè di 0,94 millibar al limite massimo consentito. In quel momento, con ogni probabilità, il Vezzani accusò i primi accenni di sbandamento, perdita di conoscenza e difficoltà respiratorie, ma spinto dall’esigenza di terminare il lavoro oppure (questo aspetto non è stato mai chiarito) dal dover raccogliere un attrezzo che gli era scivolato, andò ancora più in profondità, fino a raggiungere 34 metri. Qui, si sentì talmente male che si tolse il facciale per afferrare l’erogatore di riserva, ma non ce la fece e precipitò sul fondo, a 46 metri, dove fu poi trovato, ormai privo di vita, dal compagno di lavoro».

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L’altro aspetto dell’incidente che costò la vita a Vezzani rimasto sempre oscuro è relativo proprio alla compagine allestita dall’azienda per quell’intervento sott’acqua. «Com’è chiaramente riportato nel capo d’imputazione – conferma infatti l’avvocato Sergio Martelli – fu da subito evidente l’anomalia del fatto che quel tipo di lavoro venisse eseguito solamente da due persone, contrariamente a quanto previsto dalla normativa europea Uni 11366, secondo cui occorrono almeno tre persone, due delle quali in acqua e una in superficie sulla barca. Se quel giorno ci fosse stata una terza persona impegnata in quelle operazioni, è stato infatti stabilito che il tempo per raggiungere Vezzani sul fondo del mare sarebbe stato inferiore di otto minuti rispetto a quanto avvenuto. E in certe circostanze, otto minuti possono essere basilari per salvare una vita».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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