Il Tirreno

Pontedera

Presidi divisi sui blitz antidroga in aula

di Rino Bucci
Presidi divisi sui blitz antidroga in aula

Le opinioni delle dirigenti d’istituto a confronto dopo i controlli delle forze dell’ordine nelle classi al villaggio scolastico

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PONTEDERA. L’educazione non è una scienza esatta. Ci sono visioni, correnti, scuole di pensiero e filosofie che abbracciano perfino il modo d’intendere la vita e vanno a mischiarsi col credo politico. L’educazione è un universo così dinamico che ogni minimo cambiamento produce discussione e ripensamenti. Figurarsi quando c’è da decidere se sia giusto o meno che le forze dell’ordine entrino in classe per perquisire i ragazzi com’è accaduto venerdì scorso al villaggio scolastico. Mettiamoci poi che, grazie ai social, viviamo nell’era dei commentatori e il gioco è fatto.

Alla notizia della retata mattutina l’opinione pubblica si è subito scatenata e spaccata tra i difensori della sacralità dell’aula e gli integralisti della prevenzione all’uso di stupefacenti. Il dibattito è delicato, aperto e trasversale; perfino tra le guide degli stessi istituti che compongono il villaggio scolastico non c’è una posizione univoca.

Negli uffici di presidenza insistono visioni come quella della dirigente del liceo scientifico XXV Aprile, Luciana Rocchi, che ha dato l’assenso ai controlli ma anche punti di vista opposti come quello della preside dell’istituto Fermi, Cristina Cosci, che sostiene che le forze dell’ordine non debbano entrare a scuola ma casomai ispezionare all’esterno.

La posizione a favore. «Se esiste una legge che vieta lo spaccio di sostanze stupefacenti io pubblico ufficiale devo fare il possibile affinché questa venga rispettata - spiega la dirigente del XXV Aprile, Luciana Rocchi- il problema non è tanto il farsi una canna ma evitare l’abuso e l’adesione al consumo che avviene anche nelle scuole. Il segnale che abbiamo voluto dare, insieme alle forze dell’ordine, è rivolto a chi a scuola viene per fare commercio di droghe sia tra gli iscritti sia a chi frequenta il villaggio scolastico. Che è una bella realtà ma che comunque è aperta e non ha la vigilanza che hanno i campus americani. Quattromila studenti sono un bel numero, senza considerare che si aggiungono estranei e nessuno se ne accorge. Non ce la faremo ma se riuscissimo a evitare che almeno nelle scuole lo spaccio venisse debellato sarebbe un bel passo. Per questo nella nostra scuola abbiamo dato l’assenso ai controlli interni ma solo nelle classi dei maggiorenni per evitare possibili contenziosi. Ripeto se riuscissimo a limitare un fenomeno illegale nelle nostre aule sarebbe bello, avremmo fatto il nostro lavoro. Poi, a casa ci penseranno le famiglie e per strada le forze di polizia. C’è un’altra questione: la concentrazione di utenza e la posizione del villaggio scolastico rende la zona molto sensibile. Per capirci, vi farei passare una giornata davanti alle mie finestre: cosa non si vede. E non parlo di alunni delle scuole. Vi farei sentire le ripassate che mi prendo tutti i giorni o i mestieri che mi attribuiscono. Insomma, ben vengano i controlli da parte delle forze dell’ordine».

La posizione contraria. Di ben altro avviso la preside dell’istituto Fermi, Cristina Cosci. Che la pensa un po’ come Ludovico Arte, il dirigente dell’istituto Marco Polo di Firenze che ha alzato le barricate verso i controlli in classe coi cani antidroga. «Per quanto mi riguarda i controlli devono essere effettuati all’esterno della scuola - spiega Cosci - sono più opportuni e allo stesso modo efficaci senza entrare in classe con i cani e con i poliziotti. Penso che quella di venerdì sia stata un’operazione più spettacolare che la persecuzione di un obiettivo. Per di più, secondo me la scuola è un luogo di formazione e d’incontro ma non un luogo di controllo. Il controllo deve essere esterno e non interno. Io sono contraria a certe operazioni. Se mi avessero chiesto l’autorizzazione alle ispezioni in aula avrei detto chiaramente di no. Durante l’anno scolastico organizziamo molti incontri con la polizia postale e con le forze dell’ordine in generale. Essendo la scuola un luogo di formazione, questi percorsi trovano spazio e devono trovare sempre più spazio perché il problema esiste ed è reale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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