Il Tirreno

Pontedera

Mi piacque tanto sentirlo parlare da Presidente

di CRISTIANO MARCACCI
Mi piacque tanto sentirlo parlare da Presidente

Maria Cecilia ricorda i giorni dell’elezione del padre Aveva 11 anni. «Non volle mai trasferirsi al Quirinale»

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CRISTIANO MARCACCI. Nacque poco dopo che suo padre lasciò la natale Pontedera per poi raggiungere Roma e insediarsi nei palazzi della politica. A settant’anni di distanza da quei giorni continua a mantenere un profondo legame con la città della Piaggio, dove si trova la cappella di famiglia (al cimitero della Misericordia) e dove la nuova biblioteca porta da nemmeno un anno il nome di babbo. Maria Cecilia Gronchi ha sempre avuto un rapporto particolarmente stretto con papà Giovanni, pontederese, presidente della Repubblica dal 1955 al 1962. Lo ha difeso strenuamente ogniqualvolta il suo nome veniva avvicinato a scandali o a negative letture storiche della sua figura. Come quando, nel 2007, querelò il regista Mario Monicelli, il quale dal palco del Festival del Cinema di Venezia affermò che Gronchi era stato «uno dei personaggi più corrotti del dopoguerra». Oggi, nella sua casa di Roma, Maria Cecilia sta seguendo con interesse le elezioni del nuovo presidente della Repubblica. Per lei è un po’ come riabbracciare la fanciullezza, tornare indietro di tanti anni, a quei giorni in cui la tranquillità dei Gronchi fu scombussolata dalla chiamata al Colle.

Quali sono i suoi ricordi di allora?

«Le elezioni del ’55 me le ricordo poco, ero piccolina. Ma qualcosa ho ancora ben impresso nella mente. Avevo undici anni, non è che fossi molto coinvolta. Anzi, mi sembrava tutto così strano. Tutto questo fermento in casa, papà che aveva sempre da fare, le votazioni fino a tardi... A quei tempi, all’età che avevo io, la politica non si sapeva nemmeno cos’era. E poi sia mamma che papà ci vollero tenere (lei e il fratello Mario, ndr) sempre a debita distanza dal clamore, soprattutto quello mediatico. Infatti, ci portarono con loro solo il giorno del giuramento alla Camera, sulla tribunetta degli ospiti. E mi ricordo che mi piacque tanto sentir parlare mio padre».

Si ricorda se la scelta su suo padre cadde all’improvviso oppure se maturò già nei giorni precedenti?

«Mi sembra di ricordare che la cosa fu abbastanza improvvisa. C’era un nome che risuonava sempre in casa, Merzagora (Cesare, l’allora presidente del Senato, ndr), la cui figlia peraltro frequentava la mia stessa scuola».

Quale fu la reazione di sua madre all’avvenuta elezione?

«Eravamo tutti in casa e lei andò subito ad abbracciare mio padre. Inoltre, avevamo una carissima amica di famiglia, che abitava di fronte, la moglie di un generale, che bussò alla porta e corse ad abbracciare calorosamente mia madre. Le disse: “Complimenti, Carla. Complimenti”».

Come cambiò in quei giorni la vostra vita familiare?

«Molto poco, perché sia mio padre che mia madre ci dissero immediatamente che per noi non doveva cambiare nulla. Non si parlò mai di un probabile trasferimento al Quirinale. Non venne fuori nemmeno come larvata ipotesi. Mio padre andava al lavoro a piedi, seguito ovviamente dalla scorta, anche se allora c’erano molte meno misure di sicurezza di adesso. I rischi di attentato erano ridotti. Mio padre aveva solamente una macchina con due carabinieri. E poi c’era un altro maresciallo che guidava l’auto di mia madre. Questo ci tengo a sottolinearlo: anche se non guidava, mia madre aveva una sua macchina e il carabinieri guidava quella. Non aveva alcuna auto blu».

Quando ha cominciato a realizzare la portata storica della figura di suo padre?

«Più che la portata storica ho realizzato quasi subito la precisa volontà di mio padre che noi figli fossimo d’esempio. Siccome eravamo figli del presidente, dovevamo essere un punto di riferimento per tutti. A scuola dovevamo andare bene, comportarci bene, non fare stranezze. A 15-16 anni mi sono poi resa conto che mio padre occupava un ruolo davvero importante, anche perché tra un viaggio e l’altro era abbastanza difficile che stesse con noi. Quando ci stava, però, era una festa. Ci stavo benissimo con lui, e lui stava benissimo con noi. Nel 1971 ho acquisito una maggiore consapevolezza dell’importanza del suo incarico: prima portò mio fratello in Russia, poi portò me in America Latina. In Argentina fu un gran bel viaggio, accumulai emozioni straordinarie. Anche per le cerimonie di accoglienza che organizzarono per mio padre».

Lui, quando era a Roma, era un normale padre di famiglia?

«Normalissimo. Rientrava a casa per pranzo e per cena. Stavamo a tavola tutti insieme e ci raccontavamo le nostre cose di tutti i giorni».

Ora come sta vivendo queste elezioni?

«Le sto guardando, ma le valuto con tanto scetticismo. Non riescono proprio a mettersi d’accordo. C’è una gran confusione. Mi piacerebbe ci fosse una persona super partes, ma ancora non ne ho vista una. Prendiamo i Cinque Stelle: dopo averlo criticato in tutti i modi hanno proposto Prodi. Ma per favore... La coerenza dov’è?».

Di Mattarella cosa pensa?

«Non mi dispiace. Lo conosco da quando eravamo ragazzi e penso sia una brava persona. Al Quirinale ci vorrebbe prima di tutto un garante della Costituzione. Mi perdonerà, ma tra i nomi che sono stati fatti in quel ruolo non ci vedo Casini, non ci vedo Amato, non ci vedo D’Alema. Poi, vorrei qualcuno un po’ più giovane, che possa reggere bene un settennato».

Forse pensa a Veltroni?

«Non so. Non so se sarebbe in grado».

Lei ha mai pensato di fare politica ad alti livelli?

«Onestamente no. Non mi sono mai considerata in grado di farla. La politica è una cosa seria, e quindi o la si fa perbene o non si gioca. E poi quando avrei potuto farla avrei dovuto abbandonare la mia famiglia. Impossibile, io ho quattro figli e avevano bisogno della loro madre in casa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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