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«È stato un grande da vivo e da morto» Il ricordo del fratello

«È stato un grande da vivo e da morto» Il ricordo del fratello

SANTA CROCE. «È stato grande da vivo e anche da morto», dicono di Mario Marianelli a Fucecchio dove è vissuto, e a Santa Croce dove era residente. Tutti sanno che era straricco, ma nessuno immaginava...

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SANTA CROCE. «È stato grande da vivo e anche da morto», dicono di Mario Marianelli a Fucecchio dove è vissuto, e a Santa Croce dove era residente. Tutti sanno che era straricco, ma nessuno immaginava 6 milioni di euro lasciati in beneficenza, ovvero «se non va in paradiso lui non ci va nessuno».

Lo si conosceva poco perché faceva vita appartata, soprattutto perché aveva tanti impegni di lavoro. È stato un valido imprenditore, e anche un benefattore. Lo conobbi da vicino una sera che al ristorante aveva appena finito di cenare da solo.Uno che lo conosceva bene, suggerì d’invitarlo al nostro tavolo, e accettò subito la compagnia. Qualche tempo dopo andai alla pelletteria Marianelli, alle Botteghe, per un servizio su le colossali statue d’autore esposte all’esterno. Come per contraccambiare, mi disse di fargli compagnìa a pranzo, nella cucina al piano alto dell’azienda. Una vita spartana, anziché da nababbo. Il fratello Manrico, di tre anni maggiore, ora racconta: «A Mario piaceva stare nel bello, e a casa sua a Santa Croce aveva voluto statue di valore. E così anche nella pelletteria, finché non ha deciso di chiuderla, anzi di regalarla ai dipendenti. Tutto quel che abbiamo fatto, l’abbiamo sempre deciso insieme. Siamo stati fratelli sempre molto uniti. Eravamo partiti dalla conceria a Fucecchio, in via Trento, nel 1950. Il proprietario del fondo era un barrocciaio, Centocervelli, allora usavano i soprannomi. Le altre aziende cominciavano a passare al cromo, noi si preferì tingere le pelli in botte, per gli americani, che con quel pellame ordinavano a Castelfranco i sandali da donna. Poi si passò alle borse, avevamo una pelletteria a Calci in cui arrivarono a lavorare 120 donne, dopodichè ci si spostò a Fucecchio, presso gli ex seccatoi del tabacco, eravamo affittuari del principe Corsini. Poi cominciammo ad allargare e diversificare l’attività: alberghi, 5 discoteche che ora abbiamo affittato: il Don Carlos a Chiesina, l’Excalibur a Montecatini Alto, il Golden Boy in Lucchesia, a Tirrenia il Carosello, e un’altra ancòra. Ma in Versilia? «Siamo tuttora soci del Versilia Holiday, non è che parlo al plurale maiestatis, ma mi sembra di pensare sempre come si sarebbe comportato Mario. Diceva che era il peggiore affare che abbiamo fatto, ma che invece doveva essere d’oro».

Eppure Mario era conosciuto per non sbagliare mai negli affari. «Il fatto è che quando non si conducono noi le aziende, gli altri che l’hanno in mano fanno quello che gli pare». Poi si riprende: «Tra tanti affari fatti bene, uno sbagliato ci sta». Poi Manrico guarda avanti: «Siamo anche grossi agricoltori, abbiamo fatto quasi 20 mila quintali di raccolto di cereali nei poderi che abbiamo nel comune di Cerreto Guidi a Poggio al vento, presso Pieve a Ripoli, dove presto verranno costruite 14 ville, è un recupero di volumi in un posto che è un incanto. Chi va a osservare la zona resta a bocca aperta, mi dispiace che Mario non le potrà vedere». E continua: «Se non avessi l’età che ho, ci sarei andato ad abitare volentieri. Con Mario avevamo tutto in società, siamo sempre andati d’accordo. Negli ultimi anni lui s’era un po’ pentito di non essersi mai creato una famiglia, pur avendo avuto anche troppe donne». Resta un mistero: nel testamento, una fortuna da centinaia di milioni di euro verrà spartita tra quattro giovani, figli dei figli dei fratelli dello scomparso. Mentre ai familiari più accostanti non è toccato niente di niente, e ci sono rimasti molto male. Una ragione ci sarà, ma il segreto Mario se l’è portato nella cappella di famiglia a Santa Croce».

Luciano Gianfranceschi

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