Il Tirreno

Pontedera

Si è spento fra lo sgomento di tanti amici e parenti

Gianluca Campanella
Parenti e amici di Younes Fatmi
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Parenti e amici di Younes Fatmi

Sono arrivati, sempre più numerosi, all’edificio 31 dell’ospedale di Cisanello. Un cugino: "Siamo 150 fra Pisa, Cascina e Pontedera. Tutti cittadini italiani"

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PISA. All’esterno dell’edificio 31 dell’ospedale di Cisanello ci sono gli amici di scuola (Iti di Pontedera) e i compagni di squadra (ciclismo su strada); al secondo piano, accanto all’ascensore, i parenti maschi; infine, nella sala interna di “Rianimazione 2” ci sono le donne, tutte velate. Anche nel dolore c’è una gerarchia non scritta e quello provato per Fatmi Younes, "noi diciamo prima il cognome", è una rappresentazione di cerchi concentrici d’affetto: gli appartenenti a un anello esterno non pensano di contare meno, ma che sia loro dovere consolare quelli del cerchio appena più interno.

Tanto che se provi a domandare a qualcuno di raccontare le sue emozioni, ti rimanda al parente o a un amico più vicino al ragazzo: "Non credo di dover essere io a parlare, chiedi a…" e così via. I parenti più stretti stringono mani a tutti e apprezzano questo calore: «La voce si è sparsa su Facebook e sono arrivati in tantissimi! Dovevi vedere ieri, che era domenica, ce n’erano persino di più. A Younes vogliono tutti bene, ha molti amici».

È una famiglia numerosa e composta: lo zio Fatmi Hamid è arrivato in Italia dal Marocco nel 1976, ha trovato lavoro e così, un po’ alla volta, è stato raggiunto dai suoi parenti. «Siamo almeno 150, tra Pisa, Cascina e Pontedera» dice un cugino, orgoglioso. "E siamo tutti cittadini italiani", precisa la cugina Afef. Quando nella mattinata di ieri è arrivata la notizia dell’elettroencefalogramma piatto, si è capito che non c’era più niente da fare, anche se mancava ancora quel certificato di morte che ormai rappresentava solo un sigillo burocratico: a quel punto si sono rotte tutte le barriere immaginarie e il gruppone si è trasferito in massa nella piccola sala d’aspetto che si raggiunge dopo aver aperto tre pesanti porte di metallo. Un grande silenzio, qualche occhio lucido e tante domande irrisolte.

Nessuno se la sente di polemizzare, ma tanti piccoli indizi aiutano a ricostruire quella rabbia verso una tragedia che - se non si poteva evitare - almeno sarebbe potuta essere diversa. Afef, per esempio, ci tiene a specificare due cose: "Younes è caduto nelle braccia della madre e non ha mai battuto la testa, quindi di sicuro l’emorragia non è da trauma".

Il racconto della cugina Afef prosegue: "Al Lotti di Pontedera non gli hanno fatto una radiografia al cranio, comunque non avrebbero trovato niente, perché a Pisa non hanno rilevato fratture". Secondo punto, però: "A Pisa hanno sottoposto Younes anche a una tac che non è in grado di capire quando sia partita l’emorragia, ma mostra senza dubbio che essa è una conseguenza della malattia del sangue".

Insomma, un ragazzo si presenta al Lotti "con un orecchio sanguinante", ai medici viene detto che segue una cura a base di ferro, «almeno un prelievo potevano farlo: avrebbero visto il numero di globuli bianchi e avrebbero capito tutto». Afef subito sfuma il concetto e torna a concentrarsi sul dolore. Uno zio scende in ascensore: "Se era destino, allora accettiamo che Younes sia morto. Ma se lo avessimo saputo una settimana prima, lo avremmo vissuto in maniera diversa. Non mi piace come si sono comportati a Pontedera".

Gli juniores della New Project team di Fucecchio ammirano sugli smartphone le vecchie foto del ragazzo, quando correva negli allievi della All Sports di Ponsacco: «A maggio avrebbe compiuto 18 anni e sarebbe rimasto ancora con noi». Ma l’allenatore si rifiuta di fornire un’immagine aggiornata: «Pubblicate quella di Facebook, perché è la sua unica vittoria in carriera». Come dire: questa volta ha vinto la leucemia fulminante, ma vogliamo ricordare quando vinceva lui.
 

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