Sicurezza
Irene, con la moto solca le vie del cielo
Dopo la lunga battaglia contro un tumore sono state le complicanze delle terapie a fermare Irene Paumgardhen
PONTEDERA. Messaggi che si susseguono senza sosta sui profili Facebook di Irene e mamma Donella. Parole di dolore, d'affetto, di commozione, di puro amore, di calda amicizia. E d'incredulità, di sbigottimento, anche. Perché Irene Paumgardhen, 33 anni, di Casciana Terme Lari, ci aveva contagiato col suo coraggioso ottimismo, abituandoci a guardare coi suoi occhi i tanti ostacoli di una lunga lotta, a considerarli transitori, per niente definitivi, in qualche modo affrontabili, aggirabili: curve difficili che con la giusta piega, e dopo qualche brivido e una bella botta d'adrenalina, alla fine si sbirciano con sollievo dagli specchietti retrovisori. Questa volta è andata in modo diverso.
Nella notte tra domenica e lunedì, alle 2 circa, su Facebook, diventato da mesi il diario di bordo della difficile traversata di una famiglia speciale, l'annuncio di Donella: “Irene, l'amore di mamma e di babbo, non è più su questa terra”. I suoi post precedenti descrivevano una situazione clinica particolarmente difficile. Ma Irene aveva superato tante gravi prove. Solo poche ore prima, Donella Re Paumgardhen aveva scritto: “Forza Irene, mio amore infinito... lo so che sei stata te a convincere il prof ad addormentarti per non soffrire più. Mi hai detto: tranquilla, mamma, dormo e quando mi sveglio torno a casa. Non è la prima volta che vengo intubata”.
Il destino ha deciso altrimenti. Anche se la sua ultima battaglia contro il cancro Irene l'ha vinta (gli esami dimostrano che, ancora una volta, era stata lei ad avere la meglio), quel fisico indebolito da decenni di operazioni e terapie devastanti ha detto basta. Irene, trentatré anni, in corsa per la sopravvivenza da quando ne aveva solo sei, si è spenta nel reparto di rianimazione dell'ospedale “Lotti” di Pontedera.
Stamani, alle 11.30, a Casciana Terme, il paese dove Irene, Donella e Piero Paumgardhen risiedono da tempo assieme ai loro adorati amici a quattro zampe, le esequie.
Ragazza e poi donna tosta, decisa, tanto forte da riuscire a ricorrere a una spiazzante ironia anche di fronte all'ennesima ricaduta, a verdetti medici che suonavano come condanne.
Del resto lei era la prima a non crederci: anzi si prodigava a rincuorare chi si preoccupava per lei, e a tutti quelli che le volevano bene non rimaneva che abbarbicarsi a quella sua luminosa capacità di infondere fiducia, serenità, ottimismo, tanto che, standole accanto, ascoltando le sue battute salaci, guardandola sorridere con gli occhi, prima ancora che con la bocca, era impossibile aver dubbi sul fatto che, in un modo o nell'altro, sarebbe saltata di nuovo in sella, reiterando il miracolo di un'esistenza che da tanto, da troppo, era diventata un fulgido esempio di quanto si può essere attaccati alla vita, sempre, in ogni caso, a ogni condizione, perché guai a non sperare di potersi rimettere in piedi, di poter stare un po' meglio domani.
Pur costretta ai box della terapia intensiva, anche oppressa dai tubi, dai macchinari, dalle flebo, il suo ultimo messaggio è stato, ancora una volta, un inno alla vita: “La vita è bella, e vale la pena di difenderla e lottare per lei”. Irene l'ha detto nel pomeriggio di venerdì a sua madre.
Si presentava, nell'atrio del “Lotti”, nell'ambito del progetto “Lettori pazienti”, il suo libro, “High-Side”, l'autobiografia di una donna straordinaria. Non potendo presenziare direttamente, Irene ha affidato le sue parole a Donella, mamma tenace, indispensabile alleata.
«Al pubblico presente devi dire questo... che vale sempre la pena lottare... sempre... ». Donella ha lasciato la terapia intensiva per partecipare alla presentazione e comunicare agli altri, a tutti, il nuovo capitolo di una lezione preziosa. Cresciuta alla scuola di Irene - «Niente musi lunghi, mai. Solo di fronte a occhi che mi guardano con pietà mi sento una malata» - Donella, anche in quelle ore dolorose, cruciali, aveva trovato la forza di sorridere a chi era venuto ad ascoltarla.
«Chi ci crederebbe? È lei che sta facendo coraggio a tutti noi. Ha perfino fatto ridere il professore che la segue con una delle sue battute...».
Ci piace immaginarla così, Irene: sorridente dietro la visiera di un casco, a cavallo di una moto potente, libera di girare su tutti i circuiti che preferisce, di correre a manetta senza temere più cadute, di confrontarsi col destino finalmente ad armi pari. Consapevole e lieta di sapere che è con un sorriso che tutti la ricorderanno per sempre.
E così nel suo ultimo viaggio da questa terra Irene indossa la sua tuta da motociclista e nelle mani stringe il suo libro, al quale era molto legata. Ora Irene potrà viaggiare con la sua moto nelle rotte del cielo.
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