Il Tirreno

Pontedera

Morì per choc anafilattico, non ci sarà risarcimento

La tragedia avvenne nel 2005 all’ospedale Lotti, pagata solo la provvisionale Indignate la sorella e la nipote della vittima: una vita non può valere così poco

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PONTEDERA. Quanto vale la vita di un uomo morto in seguito a un errore medico? Se lo chiedono i familiari di Gianfranco Giannini, 64 anni, morto all'ospedale Lotti per choc anafilattico, i quali dal 10 luglio 2005, quando avvenne la tragedia, non hanno mai smesso di chiedere giustizia. Dopo quasi 10 anni e 3 gradi di giudizio, la famiglia è ancora più indignata. La sorella della vittima, Luciana, e la nipote, Elisa, non si rassegnano. Sono pronte a iniziare una causa civile. Nessuno le ha mai risarcite del danno, fatta eccezione per il pagamento di 50mila euro, ripartiti tra le 2 donne, stabiliti nella sentenza di primo grado che aveva condannato il medico finito a giudizio, il dottor Roberto Andreini, stabilendo il pagamento di una provvisionale di 50mila euro agli eredi costituiti parte civile al processo. Ora la vicenda è arrivata al terzo grado di giudizio e il reato è andato prescritto. «La prescrizione non vuol dire "assoluzione", ma solo che è passato troppo tempo dal reato e lo Stato rinuncia a perseguire i colpevoli - comincia lo sfogo delle due donne -. Quindi, non c'è stata alcuna conseguenza per i colpevoli».

Quale soddisfazione ha avuto la famiglia? «Non quella di una condanna, vista la prescrizione. Non quella di un congruo risarcimento in quanto l'assicurazione ha versato solo la quota imposta dal giudice di primo grado». I parenti di Giannini si aspettavano un atteggiamento più umano dalle parti coinvolte nella vicenda. «Forse siamo stati un po' ingenui nel pensare che, una volta accertate le responsabilità di tutti gli attori in causa, l'assicurazione ci avrebbe contattato solo per la mera quantificazione del danno e in modo da concludere la vicenda nel modo più silenzioso e indolore possibile».

Niente di tutto questo. Il danno, la tragedia e la beffa. «Dopo una prima lettera che ci è arrivata dopo la sentenza di primo grado, in cui l'assicurazione sembrava intenzionata a pagare, ne sono arrivate altre inconcludenti fino all'ultima in cui in sostanza ci diceva che per loro andava bene così e ci dovevamo accontentare», aggiungono le donne. Molte le considerazioni che si possono fare. «Ma quanto vale per loro la vita di un uomo? 50mila euro diviso due. Di fatto ci stanno obbligando a fare una causa civile, che ci saremmo voluti risparmiare. Se vivessimo in un paese civile - sono le considerazioni delle donne - le assicurazioni e i loro avvocati sarebbero obbligati a trattare con i familiari senza passare dal giudice civile, almeno nei casi come questo dove le responsabilità sono state accertate in sede penale». E poi che dire del fatto che l'Asl invece di fare un'inchiesta interna ha pensato "a fare promozioni"? E ancora: «Se vivessimo in un paese solidale nessuno stipulerebbe più una polizza con quelle assicurazioni che sfruttano i meccanismi e le lentezze del sistema giudiziario italiano per sfuggire ai loro obblighi". Invece chi ha già sofferto per la morte di una persona cara deve subire ancora e scontrarsi con le lunghe battaglie dei tribunali».

Sabrina Chiellini

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