Sicurezza
Il tartufo di Palaia è di qualità eccellente Lo testimonia il dna
Grazie ad un accurato studio eseguito dall’Università di Pisa nasce la carta d’identità del “Tuber Magnatum” e del bianchetto
PALAIA. Il tartufo delle colline di Palaia è di una qualità eccellente e le zone dove nasce e cresce sono da salvaguardare attentamente, con tutti gli strumenti legislativi a disposizione.
Assume quindi un’importanza assolutamente vitale la decisione di preservare la valle del Chiecina dalla rischiosa invadenza di nuove cave. A questo proposito, è stata basilare e determinante l’accurato studio-ricerca eseguito dall’Università di Pisa, che per alcuni mesi ha lavorato alla revisione cartografica delle aree tartufigene del territorio palaiese arrivando a tracciare una vera e propria “carta d’identità” del tartufo. In poche settimane, quindi, da prodotto a rischio il tartufo si è trasformato in una straordinaria risorsa per la promozione e l’economia di un intero territorio.
Ieri mattina, nella sala consiliare del municipio di Palaia, in occasione della presentazione del lavoro della professoressa Manuela Giovannetti dell’Università di Pisa, lo hanno spiegato bene sia il sindaco Marco Gherardini, il quale ha intenzione di impostare sul tartufo un progetto di rilancio dell’immagine di Palaia, che il presidente della Provincia di Pisa Andrea Pieroni. «La giornata odierna – ha detto Pieroni – suggella un percorso partito da lontano, che si è dovuto confrontare anche con il piano dei siti estrattivi della provincia di Pisa, per il quale sono nate accese discussioni. D’altronde, noi siamo obbligati ad adempiere a certi obblighi di previsione, ma non era e non è nostra intenzione fare del male al territorio e a chi lo vive. Il lavoro svolto dalla facoltà di scienze agrarie dell’Università di Pisa è assolutamente fondamentale, perché consegna degli elementi scientifici che ci permetteranno di avviare la revisione del piano dei siti estrattivi, escludendo da questo la valle del Chiecina, dove esistono aree a vocazione chiaramente tartufigena e quindi da difendere».
Lo studio universitario parte da un importante presupposto: a Palaia è quasi impossibile arrivare ad una produzione di tartufo da tartufaie artificiali, in quanto è praticamente proibitivo far germinare le spore. Conseguentemente, non si può allora prescindere dall’attenta e scrupolosa conservazione delle aree naturalmente vocate.
Sono essenzialmente tre le zone in cui il tartufo si sente a proprio agio: Chiudendone, San Giuseppe e Cambiati. Qui, attraverso uno studio dei caratteri floristici e geomorfologici, sono state individuate ben 12 specie arboree potenzialmente simbionti (in biologia sono definiti così gli “organismi animali o vegetali che vivono in simbiosi con altri organismi”) di “Tuber Magnatum”, cioè tartufo bianco, quello più pregiato, e 7 altre specie arboree potenzialmente simbionti di “Tuber Borchii”, il cosiddetto bianchetto.
Successivamente, è stata eseguita una raccolta dei “carpofori” (dal greco, portatori di frutti), cioè di piccoli esemplari di tartufo. Nei mesi in cui gli studiosi sono andati per boschi in compagnia di un cane ben addestrato e con un bel fiuto, sono stati raccolti, tra Chiudendone, San Giuseppe e Cambiati, 6 tartufi bianchi e ben 475 bianchetti.
A questo punto, è scattata l’ultima fase del lavoro di ricerca.
«Sono state eseguite – ha spiegato la professoressa Manuela Giovannetti – delle analisi morfologiche e molecolari (al microscopio) dei tartufi, comprese le sequenze del dna, allo scopo di definire le caratteristiche del materiale genetico. Una volta che sono emersi i caratteri distintivi, li abbiamo poi immessi nella banca dati genetica mondiale. L’esito è stato che al 99 per cento sia il tartufo bianco che il bianchetto sono risultati uguali alle caratteristiche già presenti nella banca dati italiana».
Ora, si è aperta la strada della tracciabilità.
In sostanza, in futuro sarà possibile arrivare ad una vera e propria “finger printing”, un’impronta digitale del tartufo, che così avrà la propria carta d’identità sulla scorta delle varie e inconfondibili sequenze di dna, indispensabili per poi confrontare i tartufi di Palaia con quelli dei territori limitrofi e delle altre zone tartufigene italiane e per dar vita ad un progetto promozionale di rilancio dell’immagine di uno dei doni più preziosi della terra e dell’intero comune di Palaia.
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