Il Tirreno

Pontedera

«Alzai la testa e vidi luccicare. Erano bombe»

«Alzai la testa e vidi luccicare. Erano bombe»

Il racconto della guerra e della Liberazione dalla voce degli sfollati che al tempo erano bambini

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PONTEDERA. «Alzammo gli occhi al cielo, verso il sole. E vedemmo luccicare. Tanti grappoli luminosi che venivano giù. Sempre più vicini. Mi sdraiai a terra e pensai che non ci sarebbe più stato un domani».

Erano bombe. Le bombe che a seimila metri d’altezza avevano sganciato gli aerei degli Alleati. Al loro incontro con la terra avrebbero accartocciato in una nuvola di polvere edifici e fabbriche.

Il 18 gennaio del 1944 alle 13.30 Giacomo Maccheroni aveva otto anni. Nel giorno di uno dei più feroci bombardamenti su Pontedera si trovava lungo l’argine del fiume insieme alla sua mamma. «Dovevo accompagnarla nel pisano - ricorda - in una fabbrica dove lavorava». Non arrivarono mai a destinazione. Trovarono invece, tra morti e distruzione, la strada di casa. Giusto un saluto a quelle quattro pareti per poi ritrovarsi nello status di sfollati a Treggiaia. Sarebbero ritornati a Pontedera mesi dopo, a ridosso del 2 di settembre, il giorno della Liberazione.

La città della Piaggio celebra oggi il giorno del ritorno alla vita. Il giorno zero, quello dal cui sarebbe ripartita la ricostruzione.

Lo fa stasera in un appuntamento a villa Crastan a cui parteciperà l’amministrazione e i responsabili della casa editrice Tagete che in queste settimane sta raccogliendo con Lorenza Pucci e Carla Capanni le testimonianze degli sfollati in un dvd. Tra le immagini ci sarà anche il racconto di Giacomo Maccheroni.

Come ci sarà quello di Enrico Cenzatti. «Ero un bambino - dice - avevo solo 11 undici anni, Ma ricordo ancora il ritorno a Pontedera dopo mesi da sfollato a Buti e poi in montagna - dice - passai con la mia famiglia sul corso e trovai solo un cumulo di macerie. Dalla vecchia Casa del Fascio in poi tutta la strada era minata».

C’è spazio anche per un pezzo di vita privata. «Riaprimmo la porta dell’abitazione dei miei nonni - continua Cenzatti - e su un colpo al cuore. Il tetto era crollato e parte dell’edificio, in via Gotti, fu occupato dagli americani. Non c’era acqua, né luce né gas. E intorno, regnava la miseria. Continuavo a crescere e i vestiti non mi andavano più. Mia madre dovette adattare un’uniforme per ricambiarmi».

A Buti c’era anche Catullo Quirici. «Prima in alcune case messe a disposizione dai tedeschi, poi in una tenda in mezzo ad un campo - ricorda - ce ne andammo il giorno del primo bombardamento e tornammo a due settimane dalla liberazione della città. Tutto il lato a nord era stato distrutto mentre le strade erano state minate. Ci vollero almeno tre anni per bonificare il centro storico. Lo rivivo ancora con gli occhi e l’ingenuità di un ragazzo di sedici anni cresciuto troppo presto».

Rino Bucci

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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