Il Tirreno

Pontedera

«La lotta al gioco non si fa aumentando le tasse»

di Tommaso Silvi
«La lotta al gioco non si fa aumentando le tasse»

Gimmy Scatassa, vicepresidente Confcommercio Valdera attacca il Comune che penalizza con la Tasi chi tiene le slot

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PONTEDERA. Slot si, Slot no. È il dubbio che assale migliaia di esercenti. Qualcuno, a dire il vero, non ci ha nemmeno pensato e immediatamente ha rimosso dal proprio locale gli apparecchi, mentre altri vacillano di fronte alla possibilità di incassare ogni mese diverse centinaia di euro grazie al gioco d’azzardo. Come spesso accade la pratica fa attrito con la morale. La ludopatia nel frattempo fa sempre più vittime. A gettare monetine nei videopoker sono giovani e vecchi, imprenditori e operai. Il Comune di Pontedera ha dichiarato guerra ai giocatori incalliti, alzando dello 0,2% la Tasi per i locali che ospitano le slot-machines. Ma se l’obiettivo è quello di ridurre il numero dei ludopatici, perché a rimetterci devono essere i titolari delle attività? Se lo chiede Gimmy Scatassa, vicepresidente della Confcommercio Valdera e titolare di una sala scommesse e slot-machine nel quartiere della stazione.

«Mi sembra quantomeno discutibile la decisione dell’amministrazione comunale. Le macchinette sono state regolarizzate dallo Stato per toglierle dalle mani delle associazioni mafiose, che operavano in gran segreto intascandosi l’intero ricavato. Con l’aumento delle imposte si rischia di favorire il ritorno delle bische di una volta, dove la fiscalità non esiste e le autorità non possono controllare».

Nonostante la luce soffusa all’interno della stanza, si può comunque leggere su una parete la licenza ottenuta da Scatassa per l’apertura della sala slot. E quando anche lui la scruta nella penombra la polemica si infiamma. «Prima dell’inaugurazione mi è stato chiesto di adempiere a un’infinità di obblighi. Successivamente ho ottenuto la concessione e poi? Devo vedermi le tasse ritoccate da coloro che hanno contribuito alla mia apertura?». Le domande rimbombano nel silenzio della sala senza trovare risposta. Perché se i baristi che scelgono di spegnere le slot-machine sono meritevoli di plauso, chi invece segue le norme statali e lascia gli apparecchi accesi, a detta di Gimmy Scatassa, è discriminato.

«Si sfiora il razzismo al contrario. Non accetto di essere trattato diversamente da un altro proprietario di attività soltanto perché da me è possibile giocare alle macchinette. Vogliono sconfiggere la ludopatia? Non lo faranno aumentando l’introito comunale grazie ai nostri 0,2%». Più chiare di qualsiasi pensiero ci sono le statistiche.

«Non ho ancora visto nessuno ammalarsi di fronte alla slot. Nessun episodio eclatante. Chi entra qui dentro sa di essere classificato come giocatore e deve seguire delle norme altrimenti viene accompagnato all’uscita. Ho assunto 3 dipendenti – spiega Gimmy – che sanno come trattare i giocatori. Ci sono dei corsi di aggiornamento che ci aiutano a interagire con una certa tipologia di persone». Ognuno tira acqua al proprio mulino. La battaglia sulle slot sembra essere destinata a durare a lungo. L’etica dei “noslot” da una parte e l’oggettività dei “sislot” dall’altra. Di sicuro c’è che anche senza marchingegni nei bar, i “malati” continueranno a giocare. «Togliendo gli apparecchi non si eliminano i giocatori. Questo mercato è già stato regolarizzato: l’errore che rischiano di commettere le istituzioni comunali – conclude Scatassa - è quello di approfittarsi dello slottista di turno, arrichendosi sulla sua pelle e su quella dell’esercente».

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