Il dolore
L’attacco dei cinghiali al granturco
Campi danneggiati dagli ungulati: la Provincia pianifica abbattimenti, ma per i cacciatori sono blandi
CASTELFRANCO DI SOTTO. È come se un gigante si fosse divertito a camminarci sopra, aprendo nel campo di granturco incredibili spazi vuoti, con le piante spezzate a pochi centimetri d’altezza e schiacciate a terra. Gli agricoltori ci guidano in questo scenario di devastazione chiedendosi quanto mais riuscirà ancora a salvarsi. A niente sono valsi i nastri colorati messi intorno alle coltivazioni. Troppo poco per fermare i branchi di cinghiali che da un paio di mesi, quasi ogni notte, si infilano nei campi di granturco a caccia di pannocchie da sgranare.
Colture devastate. Succede a Castelfranco, in via Lungomonte, ai piedi dei boschi di Montefalcone, a ridosso di un’area che negli ultimi anni è diventata l’habitat naturale per una comunità di ungulati sempre più numerosa. E a farne le spese sono le colture, prese d’assalto quasi ogni notte dall’inizio di luglio. Ne sa qualcosa Giovanni Policano, che gestisce alcuni terreni a nord del fiume Usciana insieme al proprietario Giuseppe Martone. Due gli ettari coltivati a granturco, con le pannocchie ormai quasi pronte per la raccolta. Tutto apparentemente normale finché si transita sulla strada, vicino alle abitazioni, ma basta addentrarsi di pochi metri dentro il folto delle piante per trovarsi davanti alla devastazione. «Hanno schiacciato e distrutto tutto», dice Policano proprio negli spiazzi prodotti dal passaggio del branco, con le piante piegate sul terreno in mezzo a centinaia di pannocchie lasciate a marcire. «I cinghiali qui ci sono sempre stati – dice l’uomo – ma adesso sembrano essere veramente troppi». Da qui la richiesta degli agricoltori per un abbattimento, quanto prima, in modo da ristabilire un equilibrio che sembra essere ormai saltato: «Qualche giorno fa – racconta l’agricoltore – due funzionari della Provincia sono venuti insieme ai cacciatori dicendo che avrebbero fatto un battuta. Non so se sia stata fatta, ma il problema per ora è rimasto».
La richiesta dei cacciatori. Interpellando i cacciatori, si scopre che una prima battuta è stata effettivamente già condotta, lo scorso sabato, ma senza produrre risultati. Colpa, secondo le associazioni venatorie, degli strumenti a disposizione considerati troppo blandi per un’area di quel tipo. Trattandosi di una zona di “rispetto venatorio” (Zps), come spiega il vicepresidente della Federcaccia di Castelfranco, Bruno Ciampalini, gli abbattimenti possono essere condotti solo da cacciatori abilitati (fino a un massimo di 20 persone) in presenza di guardie venatorie e con soli 3 cani al seguito. «Troppo poco – dice Ciampalini – per una zona vasta come quella. Per questo, dato che abbiamo una squadra di cinghialai con circa 65 persone e una ventina di cani, abbiamo chiesto all’Atc di poter effettuare alcune battute vere e proprie. Per ridurre un campo di granturco in quelle condizioni – dice – occorre un branco di 30 o 40 animali. Senza dimenticare i rischi per la viabilità».
Il richiamo della Provincia. Parlando con l’Ufficio Caccia della Provincia, invece, il dirigente Vito Mazzarrone sottolinea che la richiesta dei cacciatori non è ammissibile: «Il disciplinare per il contenimento degli ungulati – dice – validato dall’Ispra e in vigore dal 2012, prevede una serie di possibilità di intervento rispettando certe regole. Non è possibile, ad esempio, liberare 40 cani e 50 cacciatori in un momento in cui altre specie si stanno riproducendo. In realtà gli interventi andrebbero fatti durante tutto l’anno, anche in momenti sgraditi ai cacciatori. Occorre che le associazioni venatorie collaborino con gli agricoltori rimboccandosi le maniche. Nelle zone dove questo messaggio è già passato stiamo avendo risultati ottimi».
Giacomo Pelfer
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