Sicurezza
Viaggio nella sartoria del carcere di Volterra. «Con l’ago e il filo ricuciremo la nostra vita»
Le speranze e i sogni di redenzione dei detenuti. Settanta persone suddivise in due squadre lavorano ogni giorno per produrre camici e borse. "Questa è la nostra possibilità di redenzione"
VOLTERRA Se il tessuto è molto spesso la forza dell’ago deve essere costante, anche a bassa velocità, altrimenti rischi di buttare via la stoffa. Poi, c’è la questione della precisione ma quella pian piano s’impara, ci si fa l’occhio. Anche se c’è chi è più portato degli altri; del resto, ognuno ha la sua vocazione. Ernesto viaggia per il salone con un metro al collo come farebbe un medico in visita tra i pazienti con il fonendoscopio. Fino a pochi minuti fa aveva tagliato al millimetro delle strisce di stoffa che comporranno le borse per la prossima “Software product line conference” di Firenze. La commessa è arrivata direttamente dal Cnr e vale diversi soldi. Ernesto lavora da sette anni in sartoria e ormai si sente quasi il braccio destro di Gabriella, la capo d’arte. Dispensa qualche consiglio agli altri, senza litigare, e all’occorrenza ripara le macchine da cucire. Perché dopo un po’ «si diventa pure pignoli».
Taglio, stiratura, cucitura, asole e bottoni: sembrerebbe la catena di montaggio di una qualsiasi attività produttiva. L’unica differenza qui è la strada per arrivare. Un percorso fatto di controlli, documenti, scanner, scale, chiavi che girano e porte che si aprono, cancelli, porte che si richiudono, schiamazzi. Sbarre. Siamo all’interno della sartoria del carcere di Volterra. Una piccola industria in un mondo chiuso dentro ad una fortezza medioevale. Su due piani lavorano altrettanti turni di detenuti. La stragrande maggioranza, «quasi tutti - dice il capo degli educatori Alessandro Cini - sono definitivi». Significa che le celle ospitano carcerati che hanno superato tutti i gradi di giudizio. Diversi sono ergastolani. «Chi si trova davanti alla macchina da cucire - spiega l’educatore - ha presentato domanda ed è entrato in una graduatoria stilata secondo parametri rigidi».
Il carcere di Volterra non è solo il teatro e la bella esperienza di Armando Punzo. La sartoria rappresenta l’attività produttiva (e remunerativa) più grande della Casa di reclusione. Dà lavoro a circa settanta persone divise in due squadre. Alle macchine da cucire i carcerati realizzano camici, pigiami, lenzuola ad uso interno. Negli anni l’attività si è aperta all’esterno con la realizzazione di patchwork che ora sono in mostra a Pomarance. Uno dei più belli è nella stanza della direttrice Maria Grazia Giampiccolo. «La sartoria è senza dubbio l’attività trattamentale più grande - dice - da lì, da quelle macchine possiamo iniziare a comprendere se il detenuto sia pronto o meno a muoversi in autonomia».
«Ero a Roma. Mi occupavo di alta sartoria, confezioni. Poi, dodici anni fa sono arrivata a Volterra ed ho iniziato una nuova esperienza». Gabriella Principe, la capo d’arte, gira tra i detenuti come una prof tra i banchi. Piccola e risoluta si è guadagnata il rispetto di tutti: tatuati, italiani, stranieri, ergastolani, gente alla mano e scansafatiche. Il clima tra bottoni ed asole non è poi così diverso da quello in una classe. «Qualcuno fa come gli studenti - dice - e passa quattro ore in bagno. Ma a chi vuole imparare io do tutto, il massimo. E ce ne sono diversi davvero bravi; con loro dalle semplici commesse ministeriali siamo passati ai lavori più impegnativi. Hanno gli strumenti, dalle 7 alle 11 si applicano, e io coordino. Non diventeranno mai dei sarti ma almeno impareranno un lavoro. Stare con il fiato sul collo a questi ragazzi non avrebbe senso».
C’era da giurarci: alla macchina da cucire i cinesi sono delle schegge. Qui a Volterra c’è un quartetto, «una piccola comunità», che non è niente male, fanno viaggiare il filo a ritmi spediti. Chissà, forse si sono già applicati nella loro vecchia vita fuori dalla Fortezza con questi macchinari. Un taccuino e la macchina fotografica spaventano ma sciolto il ghiaccio anche in un carcere si può raccontare l’orgoglio delle proprie professionalità. Il riscatto parte dai piccoli gesti. Giuseppe è originario di Avellino, il suo numero sembra essere il quattro: è in sartoria da quattro mesi, in cella da quattro anni. «Mi piace lavorare con l’ago e il filo - dice - ci pagano poco ma almeno siamo occupati e la testa non vola. Poi, ci sono le soddisfazioni perché siamo una squadra, ognuno di noi ha un compito. E con il tempo ci si impratichisce, si diventa bravi, professionali. Peccato non ci sia concesso di realizzare qualcosa per noi. Non è permesso».
Un tempo Mohammad studiava medicina. In Pakistan, la sua terra, avrebbe potuto curare qualcuno, salvare delle vite. «Ma non avevo i soldi per proseguire gli studi - racconta - e allora sono venuto in Italia. Avevo 22 anni». Da medico a saldatore il passo è stato breve e ancora più corto quello verso un reato che lo porterà a rimanere nella Fortezza per altri sette anni. «Abitavo a Reggio Emilia - dice - e là ho commesso un errore. Oggi vorrei ripartire dalla sartoria. La capo d’arte è brava e magari imparerò una professione, a cucire». «Io vorrei un futuro migliore - racconta Nicola che viene da Napoli - ci spero. In sartoria sono tra i più vecchi; lavoro qui da sette anni e dovrò rimanerci ancora per otto. Serve impegno e costanza ma poi si sta bene, forse meglio che in altri carceri. Le creazioni più belle sono quelle realizzate a mano». Il più giovane è Gentian, un albanese di 32 anni. La sua pena scade nel 2025 e fino a qualche mese fa era a San Gimignano. «Sono in galera da otto anni. Per la prima volta nella mia vita - racconta - qualcuno mi ha dato una possibilità, un lavoro. E io ne vado fiero. Non mi posso lamentare, addirittura mi pagano. Lavorerò per ottenere qualche permesso. Frequento il secondo anno delle superiori e diventerò un grande geometra».
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